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martedì 26 dicembre 2023

LA VITA DELLE COSE

 Loretta Buda

partire dalle cose, le quali nella loro compostezza, nel loro silenzio docile, ci hanno dimostrato che le dimore autobiografiche vanno, innanzitutto arredate con le loro presenze.

Comporre una vita” F. Bateson

Durante il primo incontro con Astrid ed Ermes siamo capitombolati nell’infanzia, in quello successivo, il ritorno all’adolescenza è risultato meno dirompente, questo grazie alle particolarità anagrafiche che caratterizzano i partecipanti al gruppo. Per alcuni l’adolescenza è un’età che si colloca in un trapassato prossimo, per Camilla, ad esempio, appartiene all’altro ieri; io, la più anziana del gruppo, invece mi sono accomodata nel tempo imperfetto: un tempo narrativo per antonomasia. 

Per l’occasione, come richiesto dai conduttori, abbiamo portato un oggetto collegato alla nostra adolescenza. Oggetti che erano stati relegati in cassetti o appoggiati sulle mensole più alte delle nostre scaffalature; cose che, a nostra insaputa, assistevano rispettose, al trascorrere del tempo e alle trasformazioni che lo stesso ci imponeva.

Le cose entrando in dialogo, hanno acceso, nel gruppo, un cicaleccio vivace e divertente. Ognuno di noi, descrivendo la sua “cosa”, passava anche il filo della narrazione. Un filo che si spezzava e si ricongiungeva; quando la gugliata veniva riallacciata si arricchiva di aneddoti e/o spezzoni di vita. Forse, fra battimani e sguardi sorpresi, il discorso non risultava sempre “filato”, ma le nostre storie, immerse in un coro di risate, prendevano vivacemente forma.

Sebbene lo sapessimo, abbiamo avuto conferma che gli oggetti parlano di noi, hanno una storia che può essere raccolta e raccontata, una storia che si lega alla nostra, e che documenta il nostro essere stati al mondo e nel mondo. Ora che le abbiamo interpellate per la prima volta, dovremmo imparare ad ascoltare la loro voce, valorizzarle e rispettarle in quanto rappresentano frammenti di vita che, compostamente, arredano le nostre dimore autobiografiche. Concludo con una precisazione che raccolgo da Remo Bodei, il quale nel libro “La vita delle cose”1 distingue tra cose e oggetti. “Le cose sono ciò verso cui si opera un investimento affettivo, gli oggetti/merci rappresentano ciò che si contrappone ai soggetti.”

Le “cose” di Bodei hanno una valenza affettiva, mentre gli oggetti rimangono semplici valori d’uso e di scambio. Io appartengo a quella generazione che durante l’infanzia non conosceva la parola consumismo; gli oggetti diventavano subito “cose”, conservate con cura e l’usura o la rottura delle stesse veniva sempre riparata. Oggi si parla di “Kintsugi” cioè la capacità di riparare gli oggetti con l’oro, un tempo l’accomodare, il rimediare, l’aggiustare, era prerogativa di tutti: maschi e femmine. Le femmine intervenivano sui manufatti (cucito e tricottaggio), i maschi sugli attrezzi/ utensili. I vecchi di una volta l’oro lo avevano in bocca e nelle mani; preziosa era la determinazione a trovare soluzioni e a impratichirsi per riparare “ogni cosa”. Preziosi erano anche i loro silenzi, considerati una rassicurante e rispettosa vigilanza sulla pericolosità di uno sproloquiare superficiale e inconsistente. Non trovando una conclusione adeguata chiudo con la poesia di J. L. Borges: Le cose.


Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giuoco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati
.


1 Remo Bodei, La vita delle cose, LATERZA

lunedì 25 dicembre 2023

GATTEO, MEMORIE DI UNA COMUNITA'

 Loretta Buda



Gatteo, memorie di una comunità è un progetto che nasce dalla volontà di recuperare, continuare e approfondire l’esperienza di IL PAESE RITROVATO; un intervento culturale che negli anni 2004 - 2005 ha favorito esperienze costruttive, coinvolgendo l’intero territorio di comunale in una ricerca sulla storia del paese a partire dalle memorie individuali. Al riguardo abbiamo inaugurato un nuovo percorso che si affiancherà al tracciato preesistente. Una nuova percorrenza che non si limiterà alla ricerca di fonti orali e scritte ma che sarà arricchita da fotografie e filmati d’epoca; immagini che avvaloreranno la storia delle nostre radici ridefinendo il centro di gravità del nostro vivere il paese e il mondo.

Ci muoveremo, in questo nuovo scenario, supportati dalle associazioni, PAROLEFATTEAMANO e SGUARDI IN CAMERA. La prima promuove e sostiene la cultura autobiografica e biografica, con particolare attenzione alla scrittura, la seconda, raccoglie e cura “memorie fotografiche”. Ogni fotografia infatti “ci dice” la vita che si dispiega intorno a noi, ma nel suo narrare racconta anche di ognuno di noi. Insieme ai biografi volontari cercheremo di ritrovare e ricucire le tracce di chi ha operato e vissuto in altri tempi, intrecciando segni e ricordi territoriali con racconti, testimonianze e fotografie. Narrazioni di vita che, il paese, nella sua apparente smemoratezza custodisce nel silenzio dei luoghi e nella riservatezza degli abitanti anziani. Nella piena consapevolezza che ci muoveremo in un ambito di “cura” prima di intraprendere l’avventura formativa in compagnia dei testimoni ci siamo affidati a Ermes Fuzzi e Astrid Valeck formatori della suddetta associazione PAROLEFATTEAMANO. Grazie a loro, a Silvia Savorelli e Giuseppe Pazzaglia, abbiamo riaperto quella “stanza” che vent’anni fa, accolse i testimoni, i biografi, le famiglie, gli alunni, e le alunne; stanza, intesa come spazio fisico e mentale, che nel tempo ha mantenuto una denominazione precisa: “IL PAESE RITROVATO”.




lunedì 13 novembre 2023

ANDATA E RITORNO: Meldola-Gatteo

 di Loretta Buda

12 Novembre 2023

Nella quieta domestica di questa domenica novembrina, riprendo in mano il libro di Astrid Valeck. Una pubblicazione che, di luogo in luogo, si è inserita anche nella gradevole e accogliente cornice della biblioteca Ceccarelli di Gatteo.
Mercoledì sera entrando nella saletta vedo, tra i partecipanti abituali, una figura a me nota, ma sconosciuta agli altri; la signora è seduta in disparte segue con attenzione le parole di Astrid, ascolta la lettura della sua testimonianza senza battere ciglio e con espressione risoluta. Eva Marie Søndenaa è la protagonista della storia con la quale Astrid esordisce nella serata; un racconto che apre la serie di storie di vita che l’autrice presenta: narrazioni che hanno trovato compiutezza e senso nel libro: “Memorie di vita e di migrazione femminile”.
Ho sempre pensato, (non sono l’unica a farlo, al riguardo esiste una copiosa letteratura) che le storie creano legami, addomesticano rendendo il biografo e il testimone persone uniche.
Mi concedo una digressione con Saint-Exupèry ... unica... era anche la rosa del “piccolo principe” . Solo dopo aver incontrato la volpe il piccolo principe comprende perché la rosa per lui sia unica: «... lei che ho ascoltato lamentarsi, vantarsi, o persino ogni tanto stare zitta. Il piccolo principe le offre il tempo dell’ “ascolto e della cura”.
Anche fra il biografo e il testimone c’è il dono di un tempo dedicato alla parola e all’ascolto.
Sono parole di “carne e di sangue” perché attraverso la risolutezza delle persone di esporsi, di ricordare una sofferenza patita, di descrivere una gioia esultata o semplicemente di rammentare scampoli di una quotidianità, le parole attribuiscono valore alla storia e alla vita di chi ricorda.
Ogni vita merita un romanzo, scrive Erving Polster, infatti ogni esistenza, nel dispiegarsi dei ricordi, ritrova giustificazione al suo bisogno di stare “al mondo” con semplicità e unicità.
Stralcio una frase nella testimonianza di Eva che conferma quanto ho tentato di spiegare in queste poche righe.
Dicono che ho un carattere difficile. Che è complicato parlare con me.
È che mi piace pensare con la mia testa. Non voglio imposizioni sterili.
Ho una mia originalità e tante passioni. Sono sempre impegnata.
La maggior parte della mia vita l’ho passata qui a Meldola. Nel tempo sono riuscita a conciliare gli opposti e a sentirmi a casa. Qui ho i miei figli e le loro famiglie, il mio cane e i miei gatti, i miei fiori, i miei uccelli, i miei amici che vengono da lontano e da vicino, i miei francobolli.
La mia vita è mia. È piena e mi piace viverla.”

L’espressione: “ho una mia originalità”, conferma, a chiare lettere, quello che ogni testimone percepisce quando riascolta o rilegge la propria storia; ognuno poi troverà la forma espressiva che gli sarà più congeniale.
C’è anche chi, come Maria ad Fiòur, una testimone, de “Il paese ritrovato”, che semplicemente disse: “Sono stata bene, mi è piaciuto ricordare.”
In un tempo in cui i legami forti sono inattuali sapere che Eva, la romagnola imperfetta, “scende” da Meldola e approda a Gatteo per rimanere vicina a Ermes e Astrid mi “fa dire” che solo il tempo donato riesce a creare amicizia e comunità.





lunedì 19 giugno 2023

UN PRANZO D'AUTRICE PER PAROLEFATTEAMANO

Pranzo d’autrice

Loretta Buda

    Vorrei chiedere ai commensali e alle commensali che ieri hanno condiviso il pranzo sociale organizzato da Parolefatteamano, quanti di loro abbiano ricordato il fastoso convivio de “Il pranzo di Babette”, dove la squisitezza del cibo e la dovizia delle portate scosse, a fine 800, gli animi di contratti puritani. Personalmente, mentre le portate si susseguivano sorprendenti, abbondanti e gustosissime, rivedevo le scene del film. Tornata a casa ancora con il gusto della panna cotta che si assemblava al sapore della frutta ho cercato il libro Pranzi d’autore”, di Oretta Bongarzoni.
    La pubblicazione, una recente riedizione di MINIMUMFAX, non è un prontuario di ricette; i piatti descritti sono stati recuperati dentro i grandi classici della letteratura, una ricerca precisa e appassionata nella cultura letteraria alla scoperta di piatti “che fanno da “contorno” a grandi libri e grandi personaggi.” Dall’introduzione trascrivo una citazione di J. Conrad:
<<La buona cucina è un agente morale. Per buona cucina intendo la coscienziosa preparazione del semplice cibo della vita quotidiana». Esiste, nelle ricette, soprattutto in quelle di una volta, un modo impreciso di fornire le dosi, riassunto nella formula quanto basta. Sale, quanto basta. Olio, quanto basta. Farina, quanto basta; e via discorrendo. (...) Quanto basta è insomma il punto d'incontro e di equilibrio fra l'azzardo e il limite; la capacità di trovarlo è la qualità richiesta a chi cucina, e in esso c'è probabilmente anche il segreto della cucina come linguaggio e come forma di cultura.>>
Tornando al titolo del libro posso affermare che ieri , da Graziella, abbiamo partecipato ad un pranzo “d’autrice”, purtroppo non siamo riusciti a fermarci al “q.b.” (quanto basta); abbiamo trasceso ogni limite apprezzando e gustando ciascuna pietanza a conferma che la buona cucina è un agente morale e che il nostro essere insieme aveva uno scopo unico e inequivocabile: quello di accrescere la felicità di trovarci vicini in una gioiosa e generosa convivialità.
Un assaggio del libro....
“A un capo del tavolo troneggiava un’oca grassa e dorata e dall’altro, sopra un letto di prezzemolo un enorme prosciutto libero di cotenna e debitamente cosparso di pane grattugiato con accanto un bel tocco di manzo arrosto alle spezie.”1

1 Oretta Bangorzoni ,Pranzi d’autore, Minimum Fax

giovedì 14 luglio 2022

EREDI


 

Davanti al bianco implacabile del foglio la prima frase è sempre la più difficile; fortunatamente posso ancorarmi alle parole che emergono spontaneamente dal glossario di PAROLEFATTEAMANO le quali , come    un  salvagente, mi permettono di galleggiare  e di  conquistare un approdo per la scrittura.

Osservo l’elenco stilato in fretta; un pugno di parole che, nell’involontaria approssimazione, racchiude il senso del “dire e del fare” che ha animato e sostenuto l’associazione nei suoi dieci anni di vita.

 Dieci anni sono un importante traguardo, ma se   ad ogni arrivo c’è un altro inizio ,    mi chiedo   chi affiancherà i soci di Parolefatteamano o, meglio, chi sceglierà di crescere insieme a loro  prendendosi cura delle storie di vita  e di farsi testimone della vita degli altri,     ponendo, però,  sempre  lungimirante attenzione all’oggi.   In un’epoca schiacciata da un presente sbrigativo, che sembra aver reciso ogni legame con    il passato personale e collettivo   ritengo sia  necessario “nominare eredi”.

Al riguardo, noi di  PAROLEFATTEAMANO,  poniamo fiducia nei giovani che già da ora ci affiancano e  ci supportano; giovani pienamente consapevoli   
che accettare un’eredità significa far proprio un “capitale “da far fruttare e non un patrimonio inerte da custodire
. Poi c’è anche Filippo, la mascotte dell’associazione, che    con la sua vivacità pronostica un’effervescente operatività futura.    A proposito di eredità il bambino,  che ha trattenuto con  sè   l’azzurro sorriso  di nonno Loris ,      con la sua presenza       accorcia, con tenerezza ,   le distanze fra un “non più” e “il non ancora” .  

Loretta Buda




 

 

sabato 18 giugno 2022

Giovedì 16 giugno decennale -


Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice[1]



  Il titolo, declinato al singolare, nel testo diventa immediatamente  plurale: “Tutti devono saperlo: abbiamo avuto una vita felice”; questo è quanto emerge dalla lettura delle testimonianze di   Loris e Corrado.   

Giovedì scorso, i due sindaci amici, sono stati ricordati nella bella e familiarissima sala della biblioteca F. Torricelli.

Se coltivare la memoria significa prendersi cura delle persone e delle loro storie era doveroso ricordarli anche con l’intitolazione della mnemoteca;   ambienti  che, Astrid Valeck ed Ermes Fuzzi, hanno fortemente voluto già dal lontano 2012.

Una mnemoteca intesa come occasione di educazione alla memoria, alla conoscenza e alla   riconoscenza pubblica di chi ci ha preceduto e che ha abitato il territorio; concetti che l’assessore alla cultura, Michele Drudi, ha ampiamente sottolineato valorizzando le figure dei due protagonisti.

Nell’occasione     si sono congiunte le tessere della memoria di tanti che, che in questi dieci anni, sono stati interpreti e testimoni di azioni e speranze condivise.  Si è  così completato un puzzle che racconta, non solo le storie  di singole persone o le vicende di un territorio, ma raccoglie le narrazioni di un’ intera comunità.                                                                                

Il tempo  della narrazione  si è  diversificato in un  “non più” che si è velato di commozione, in un presente  trattenuto  in  trepida attesa e  in  un  “non ancora” che ha indossato l’azzurro sorriso di Filippo  il quale, con la sua vitalità,  si è proclamato la mascotte del prossimo decennale. Noi tutti, fra sorpresa e meraviglia, abbiamo considerato la sua presenza presagio di un dinamico e costruttivo:    “ANDAR PER STORIE” . 


                  Loretta Buda 

                                                                            











[1] Orhan Pamuk



sabato 22 settembre 2018

NOTIZIE DA ..."IN PUNTA DI PENNA"

L'iniziativa "IN PUNTA DI PENNA" promossa dalla nostra associazione è nata con l'intento di far conoscere sul nostro territorio studiosi che si occupano di tematiche autobiografiche-biografiche e autori autobiografi e\o ricercatori biografi.
La prima volta abbiamo avuto con noi il professor Duccio Demetrio, ieri sera è stata l'occasione per conoscere un giovane autore: Andrea Pari.
Appassionato ascoltatore delle storie di famiglia, negli anni, ha deciso di raccoglierle. Con pazienza certosina si è infilato tra le pieghe della lingua romagnola, ha trascritto quelle storie e le ha tradotte, fino a custodirle dentro un libro: "La tribù dei falash".
Nella splendida cornice dell'Arena Hesperia, storie di mare hanno incontrato storie di terra, mentre Andrea dava nuovamente vita a quelle parole pazientemente deposte sulla carta, rendendo presenti le persone che lui stesso aveva ascoltato. Un viaggio nella memoria abilmente introdotto da Loretta Buda che ha offerto numerosi spunti di riflessione. Raccontare una storia a qualcun altro, infatti, significa fare un'operazione di riconoscimento del proprio essere nel mondo e, nel contempo, arricchire la memoria collettiva.

Le foto sono di Giuliano Guerra

fasi iniziali di preparazione

i saluti dell'Assessora alla Cultura

Loretta Buda
Andrea Pari

















mercoledì 7 giugno 2017

MOSTRA DI IMMAGINI E PAROLE

L’associazione di promozione sociale “parfolefatteamano” inaugurerà mercoledì 14 giugno 2017, alle ore 18.15, presso i locali della biblioteca comunale F.Torricelli di Meldola, la mostra di immagini e parole “L’anima dei luoghi, i luoghi dell’anima …alla ricerca del genius loci”, assaggi prodotti durante il seminario che si è tenuto a Meldola nei giorni 1 e 2 aprile 2017.
Due giornate dedicate alla scrittura autobiografica scaturita dalle suggestioni del paesaggio e dagli input suggeriti dai conduttori del seminario Astrid Valeck ed Ermes Fuzzi, esperti in scrittura autobiografica e fondatori del gruppo “Biografi volontari”. Due giornate che hanno condotto i partecipanti ad un viaggio interiore guidati e trasportati da emozioni, sensazioni, ricordi, scaturiti durante tranquille passeggiate per Meldola in simbiosi con scorci, angoli, viottoli , paesaggi, profumi.
La mostra, che rimarrà in esposizione fino al 15 luglio, ci guiderà attraverso piccoli “passi di scrittura”, gentilmente concessi dai partecipanti al seminario, nel cammino del racconto, nei vissuti, nelle storie, nell’interiorità dei partecipanti al seminario che si sono lasciati condurre e trasportare per scrivere di sé.
Un piccolo momento di libertà in cui ricavare uno spazio per pensare, ricordare, riflettere, lasciarsi trasportare, uno spazio da dedicare, finalmente, a se stessi.
In occasione dell’inaugurazione della mostra introdotta da Loretta Buda, con il patrocinio del Comune di Meldola e dell’AUSL Romagna e alla presenza dell’Assessora alla Cultura Cristina Bacchi, verrà distribuita ai partecipanti del seminario una antologia dei lavori prodotti.
L’A.P.S. “parolefatteamano” nasce nel giugno del 2012 con la finalità di raccogliere e valorizzare la memoria della gente comune. Si occupa prevalentemente di autobiografia e memoria locale, sostenendo e accompagnando coloro che intendono lasciare traccia di sé.
Oltre ad organizzare seminari di scrittura autobiografica, l’associazione organizza corsi rivolti a chi desidera sperimentare la scrittura di sé e della propria storia di vita, formazioni per che desidera cimentarsi con la scrittura biografica al fine di implementare il gruppo di “biografi volontari”, incontri con l’autore.
Le raccolte di scrittura fino ad ora realizzate si trovano nella biblioteca comunale di Meldola e vanno a costituire la sezione della Mnemoteca, luogo nel quale depositare ricordi e storie di vita, luogo in cui, chiunque, grazie alle storie di altri, potrà ritrovare una parte di sé.
Stefania Severi









domenica 30 ottobre 2016

A SEM PRI MURT!

A sem pri murt!”
Siamo per i morti

Siamo per i morti; le giornate scivolano lente come i grani del rosario fra le dita delle donne. Novembre che si consuma nel grigio della campagna nebbiosa, nell’uniformità delle sue ore: monotone come interminabili litanie. Novembre con le sue corone di rosario, lunghissime noiose, sfinenti.

Ave Maria, gratia plena Dominus tecum. Io sono lì, nella cucina buia della nonna; il lume a petrolio è stato abbassato, nel focolare le braci sono state attizzate.
Benedictus fructus ventris tui. C’è qualcuno nella zona più buia della cucina che recita il rosario. E’ la nonna che, con i suoi vestiti neri, viene assorbita dall’ombra cupa dell’angolo del tagliere. Gli uomini non ci sono. Forse c’è il nonno. Infatti, è seduto sulla panca sotto la finestra che dà sui campi. Lui è mite e vecchio, guarda il buio e prega.
Pater noster, qui es in caelis. Io sono qui per caso, non abito qui e non ho una collocazione precisa. Mio cugino Riccardo tamburella con le dita sul legno del tavolo, la zia Lea gli passa accanto e, nello spazio fra un Sancta Maria, Mater Dei e l’immediato ora pro nobis peccatoribus, riesce ad allungargli uno scappellotto e a dirgli:- Arspond.
La zia Anna è seccata, importunata dal rumore alza il tono della voce declamando:- Glória Patri et Fílio. Le spose si adattano con diverso coinvolgimento a questa pratica devozionale.
La zia Anna che è più devota si dedica alla preghiera con anima fluttuante e corpo immobile; la zia Lea, che pia non è, mal sopporta quella penombra densa e quella penitenza serale, prega distraendosi con il rammendo. Anche sua figlia Isora si badalocca con qualcosa; non vedo cosa tiene in mano, ogni tanto risponde alle preghiere.
Io cosa faccio? Sono seduta vicino al tavolo con le gambette composte, la schiena eretta e ben appoggiata alla spalliera della sedia .Ogni tanto un piede mi sfugge dal piolo-prima l’uno poi l’altro- e ogni volta li ricolloco cercando di non fare rumore. Io sono andata all’asilo dalle suore ed ho imparato come si sta fermi durante la recita del Santo Rosario; non sono come loro che non sanno rimanere composti. Io rispondo alle preghiere con devozione e serietà tenendo in mano la coroncina del rosario che l’Isora mi ha prestato.Mi ha rassicurata dicendo che a lei non serve perchè e grande. Non sono proprio convinta, ma le credo. Anche la sua mamma , la zia Lea, che è più grande della zia Anna, non tiene la corona in mano. Controllo sempre più spesso, senza farmi vedere, quanto manca all’appendice della corona. Per fortuna siamo alla fine: sono annoiata, ma non oso neppure pensarlo!
Dal buio dell’angolo un tramestio richiama la mia attenzione, è la nonna che si alza per recitare le litanie. Gira la sedia e, tenendola inclinata, appoggia un ginocchio sulla seduta impagliata. Prima delle litanie c’è la Salve Regina :-Salve, Regina, Mater Misericordiae, la nonna si interrompe- Ginoin- e riprende….vita, dulcedo, et spes nostra, salve. Ha richiamato il nonno che è rimasto seduto sulla panca con lo sguardo sconfitto dal buio. Si alza un po’ stordito e partecipa ad alta voce. Quello delle litanie è un momento dilettevole, però non posso dirlo a nessuno, le suore ripetono sempre che, quando si prega, bisogna pensare solo a Gesù……..senza svagarsi! Io invece, mi diverto immaginando cosa vorrà dire eleison. Comincio con Kyrie eleison e, senza privarmi di nessuna implorazione, arrivo a Virgo predicanda., Janua coeli...e, un po’ alla volta, un ora pro nobis dopo l’altro, scivolo fino alla fine del rosario. Veramente non è finita, ci sono anche tutte le invocazioni per i defunti.
A sem pri murt!”Appunto, siamo per i morti, quindi c’è anche quella fila interminabile di requiem. Eterno riposo per tutti: per lei, per lui, per loro, per tutti i parenti, per i vicini di casa e per le anime purganti che non vengono pregate perché dimenticate.
A sem pri murt, si dovrà pur pregare per i morti che hanno attraversato sospiranti e gementi questa valle di lacrime? La nonna l’ha detto così bene nella Salve Regina:- A Te suspiramus, gementes, et flentes in hac lacrymarum valle. E’ brava la nonna, prega in latino per i morti di tutti. Non è andata a scuola, parla solo il dialetto e conosce solo due parole in italiano: Montevecchi Adele . Però il latino lo “dice” bene e, pur non sapendo né leggere e né scrivere, recita sempre le preghiere sfogliando un libro scritto tutto in latino. Non ha imparato a scrivere, ma a cosa le sarebbe servito? Se dovesse firmare, cosa alquanto improbabile, potrebbe sempre tracciare una croce, anche quella le verrebbe bene. La disegnerebbe con attenzione e devozione …. sulla croce è morto Gesù .
Loretta Buda


sabato 10 settembre 2016

Da Occidente a Oriente,passando per Anghiari Loretta Buda


Da    Occidente a Oriente
passando per  Anghiari




Siamo storia e siamo la nostra storia nella Storia (…)
 Siamo tempo e l’esperienza reale del tempo la si ha attraverso la memoria
Salvatore Natoli


Loretta Buda

Recarsi ad Anghiari per partecipare al festival e fermarsi solo quattro ore è veramente poco, ma  era quanto potevamo concederci, io , Astrid ed Ermes . Insieme abbiamo trascorso la mattina  accomodati  nella  penombra del teatro ad ascoltare storie che , come in un gioco di matrioske , si inserivano una nell’altra fino a completarsi  in un  grande racconto capace  di preservarle e contenerle tutte. Come sempre, il solo fatto di essere ad Anghiari si è connotato  come una gradevole occasione, ma seguire la presentazione di volumi, ascoltare la restituzione di progetti  hanno reso l’esperienza  intensa e coinvolgente.
Curo   rapidamente gli appunti   e li condivido per non perdere quel racconto corale che , nel suo andirivieni , fra due età estreme ( vecchia e infanzia),  è andato “oltre” fermandosi anche  “in orti e giardini”[1]  ;  una sosta per ricordarci  che anche  i  luoghi sono evocativi  e che l’autobiografia ritrova  l’essenza e la sacralità di ogni territorio .
Si è parlato di vecchi , di strutture sanitarie e/o protette, se ne è sottolineata la necessità ma anche il disagio  che l’abitarci  genera negli ospiti .[2]
Dalle  parole dei relatori è emerso un rinnovato bisogno di memoria, un bisogno che, a livello individuale,  potrà appagarsi solo continuando a raccontare e scrivere di sé  per riabilitare  la propria  vicenda umana.  Noi siamo la nostra memoria , afferma sempre  Natoli, e il contenuto della nostra memoria è esperienza di racconti e relazioni.
Non è facile invecchiare, soprattutto non è facile farlo  con garbo e accettarsi nei limiti  che l’età impone;  oltre a non essere  facile  diventa anche doloroso quando la vecchiaia si vive in solitudine,  afflitti  dal desiderio inappagato di ritorno. Nostos, tornare ad abitare  la propria  casa , corrispondere nuovamente alla quotidianità  precedente, rivivere affetti  e  tornare ad immaginare un futuro.  
Ancora una volta la scrittura ha svolto una  funzione terapeutica caratterizzandosi  come l’antidoto per  far fronte al senso di emarginazione che coglie soprattutto  gli  ospiti delle strutture  .  Gli operatori delle case di riposo  hanno sottolineato  la dedizione adottata  per  dare dignità alle storie e per offrire gli strumenti idonei perché” i giovani di un altro tempo” parlassero . Molti    vecchi sono reduci da un’educazione fondata sul pudore e sulla parsimonia delle parole per cui, in questo, come in altri casi,    è stato necessario dare voce a quelle persone  che credevano  di non aver nulla da dire e  prestare parole a coloro che non le ritrovavano più.
“Abbandonarsi”  è il titolo del  progetto fotografico-narrativo  fatto di memorie e relazioni tra ospiti e personale sanitario di alcune R.S.A  sul tema dell’abbandono. Gli oggetti fotografati , (definiti : EX VOTO di una  EX VITA),  hanno allestito dimore autobiografiche e le immagini sono diventate pretesti narrativi. Le storie degli anziani e degli operatori sono state raccolte  e trascritte   per ricomporre   frammenti di vita . Mi piace pensare ad un “abbandonarsi”  che lasci  l’ accezione di arrendevolezza  e di rinuncia per  vestire la  duplice   veste  di  abbandono e dono . AbbanDonarsi,  affidarsi alle persone ,accogliere, vicendevolmente ,  il dono   della loro presenza e del  ricordare insieme. Ricordare insieme per intrecciare cura e  ricomporre “la vita” .
L’ultima parte della mattina è stata dedicata alle “Scritture bambine” I relatori  hanno sottolineato quanto i bambini siano capaci     di memoria e come la narrazione d di sé possa diventare un’ occasione per costruire un’immagine personale sempre più consapevole.
L’ autobiografia diventa un vero e proprio strumento didattico,  sia come genere narrativo,  sia come occasione per lo sviluppo cognitivo. Nei laboratori  autobiografici i “piccoli partecipanti sono stati condotti a riflettere su sé e l'altro, con l'obiettivo di amplificare le possibilità di incontro e di valorizzazione di ognuno, nell'ottica che l'inclusione all'educazione in contesti multiculturali e plurilingue comincia dai più piccoli”. Le attività hanno previsto incontri con i genitori in tempi  a loro dedicati alla  conoscenza tra scuola e famiglia.
Per esperienza personale ribadisco che far vivere agli alunni esperienze autobiografiche ci permette di creare nuovi rapporti tra identità personale e collettiva. L’identità è un evento relazionale che si qualifica attraverso la riflessione e la comunicazione di esperienze significative vissute o immaginate. Come afferma D.Demetrio "(...) è la scuola il luogo della "lungimiranza pedagogica" dove si dovrebbero attuare quelle pratiche della memoria che sollecitano autoriflessione, introspezione e una cultura della memoria che si traduce anche in cultura della relazionalità e della storia”. [3]
Nati per scrivere è un progetto della LU.A, pensato in collaborazione con l'Associazione Italiana Biblioteche, la cui fase sperimentale si è sviluppata all'interno della programmazione delle attività proposte dalle Biblioteche in rete con altre agenzie educative e culturali. La biblioteca  è  un luogo che e accoglie e restituisce “mondi  e  ci permette, come  è accaduto ad Anghiari,  di divagare  da Occidente  a Oriente.  Occidente , là dove il sole tramonta e il vecchio fissa il suo ultimo orizzonte , Oriente dove il sole sorge e  la vita esubera
Come pensiero conclusivo e sempre “divagante”,  mi piace immaginare  una  biblioteca che si  proponga come luogo privilegiato nel quale una comunità possa raccontarsi e intrecciare alleanze generazionali .  Uno spazio    dove i bambini, protagonisti di un futuro che si libera,  possano sperimentare la distanza e la continuità con la propria memoria  e i vecchi, gravati da un futuro che si comprime,  possano  riacquistare il gusto  per la vita .



[1] “Oltre il libro, un orto, un giardino “
“ Giardino Sicano. Bivona come metafora”
[2] AbbanDonarsi : percorso fotografico – narrativo.
Nelle pratiche : i vecchi raccontano.
“un m’addolgo di nulla “
Noi giovani di un altro tempo.
[3]Duccio DemetrioRicordare a scuola. Fare memoria e didattica autobiografica, GLF editori Laterza, Roma
Anno: 2003

giovedì 4 agosto 2016

IL GIARDINO DELLE PAROLE Loretta

AUTUNNI
di Loretta Buda


Sono sulla collinetta di Montalbano, una collina dai lineamenti insoluti e scorticati; di fronte ho una pianura slabbrata e infastidita dalle costruzioni, in fondo il mare che si delinea in un segno lontano e impercettibile.
Sono partita dai campi di frumento, ho mosso i miei passi su un’aia, ho sgambettato lungo una cavedagna insieme ai miei cugini.
La casa in cui sono nata, in una mattina di fine ottobre, è ancora laggiù, grigia nella nebbia, severa e austera con il suo portico che si propone con un’ombra scura. Mi piaceva sostare sotto il portico, me ne stavo seduta lì, guardavo lontano mentre il nonno puliva “ attorno a casa” con la scarmigliata scopa di tamerice.
Il portico , mediazione fra il dentro e il fuori, mi attraeva e ancora mi tenta. Sono partita di lì ma è come non mi fossi mai mossa. Seduta in cima a questa collina, vicina alla pianura e poco distante dal mare vedo i sentieri calpestati;scorgo i crocicchi e i pilastrini devozionali, ad ogni cappellina una sosta, qualche preghiera, mille esitazioni. Declino lo sguardo e vedo la mia vita nelle sue tappe e nelle sue soste. Dipano i pensieri, li lascio fluire e loro si svagano lungo il declivio.
Ricordo, mi rivedo e mi compiaccio. Mi giustifico per non essere riuscita ad andare lontano come avrei voluto, ma sono soddisfatta di essere arrivata qui, poco lontana da casa, più in alto di quella quotidianità sembrava opprimermi. Sono trascorsi gli anni, i decenni, ed ora li vedo, i miei anni, scivolare lungo il pendio: sdrucciolano, rimbalzano, si procurano nuove ferite e fuggono veloci. Come ho già detto, per inconsapevole inadempienza la mia vita non si è mai dislocata, ma se oggi sono qui, in cima alla collina e se riesco a rileggere, sotto un cielo confuso, il copione che diligentemente ho rappresentato, posso riconoscere che, giorno, dopo giorno, in un alternarsi di incertezze, di dubbi e timori ,sono cambiata.

Dalla chiesa prospiciente un’offerta di campane mi scuote, lo scampanio mi riporta in-via e mi sostiene in attesa di giungere” al luogo che è meta e vita realizzata”. Mi pensavo giovane, invece scopro di essere invecchiata , ma, ancora sedotta dalla Primavera, mi concedo all'Autunno con i suoi paesaggi velati, le nebbie tese sui giorni passati e un velo bianco sul rosso che palpita e non si arrende.