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venerdì 25 settembre 2026

LE COSE COMUNI RACCONTANO. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro

Una frase di Ettore Guatelli, dalla brochure del Museo.

 Usciti dal museo, era questa frase di Ettore Guatelli a continuare a risuonarci dentro.

Ci sono luoghi in cui si entra quasi per caso e da cui si esce portandosi dietro una domanda. È quello che ci è accaduto visitando il Museo Ettore Guatelli, a Ozzano Taro (PR). Guatelli, maestro elementare e studioso della cultura materiale, ha raccolto per tutta la vita gli oggetti della quotidianità: attrezzi da lavoro, utensili domestici, contenitori, scarpe, valigie, orologi, giocattoli e moltissime altre cose. Oggetti che, una volta esaurita la loro funzione, avrebbero potuto essere semplicemente gettati via e che invece sono entrati nella sua casa, fino a trasformarla in un luogo difficilmente riconducibile all'idea tradizionale di museo. Pareti intere sono ricoperte di posate, martelli, ruote metalliche, barattoli, scatole. Ogni oggetto trova il proprio posto accanto agli altri, in file, gruppi, successioni e analogie fino a costruire forme geometriche. Quello che potrebbe apparire come un semplice accumulo prende forma, diventa composizione, e finisce per raccontare.

Oggetti che parlano
L’impressione, attraversando le stanze, è che siano gli oggetti a parlare. Non uno alla volta, ma tutti insieme: un coro di voci silenziose e potentissime. Ogni cosa porta con sé una domanda: chi l'ha usata? Per fare che cosa? Quali gesti ha accompagnato? Quale vita quotidiana racconta? Quali condizioni di vita, quali bisogni, quali ingegni, quali forme di fatica e di creatività stanno dietro a quell'oggetto? Il museo racconta così una storia che raramente entra nei grandi libri: quella delle persone comuni. Forse è proprio qui che l'esperienza di Guatelli incontra una delle direzioni della nostra ricerca. Da anni ci occupiamo di storie che raccontano le vite quotidiane, le memorie personali, le tracce lasciate da chi non ha avuto un posto nella storia ufficiale. Ci interessa raccoglierle, ascoltarle, metterle in relazione, perché ciò che appare piccolo e individuale possa diventare patrimonio condiviso. Questo patrimonio lo custodiamo nella nostra Mnemoteca “Loris Venturi – Corrado Ghetti” cui è stata data residenza all’interno della Biblioteca Comunale di Meldola (FC). Sentiamo il lavoro di Guatelli profondamente vicino al nostro: là dove lui ha raccolto gli oggetti attraverso cui si potevano leggere vite, gesti e modi di abitare il mondo, noi raccogliamo parole, racconti e memorie. È una vicinanza che ci fa pensare alla prospettiva autobiografica di Duccio Demetrio: il ricordo personale può uscire dalla dimensione privata e diventare una traccia capace di entrare nella memoria di un territorio. Dare voce alle persone comuni significa quindi riconoscere che ogni esistenza può custodire qualcosa che merita di essere tramandato. Ed è difficile, davanti a questi oggetti, non pensare a Paolo Jedlowski e alle sue riflessioni sulle storie comuni, sul bisogno umano di raccontare e sul rapporto fra esperienza, vita quotidiana e narrazione. Le storie comuni non sono un elemento marginale per comprendere la società: attraverso di esse possiamo avvicinarci ai modi in cui le persone danno significato alla propria esperienza e al proprio stare nel mondo.

Prezioso o da buttare?
Guatelli fa qualcosa di analogo con le cose. Non raccoglie ciò che è prezioso perché già riconosciuto come tale. Raccoglie ciò che rischia di essere buttato via. E così facendo ci costringe a cambiare lo sguardo: ciò che sembrava umile può diventare prezioso; ciò che sembrava insignificante può diventare testimonianza. L’intero percorso del museo è particolarmente suggestivo: gli oggetti costruiti, adattati, riutilizzati, trasformati a partire da materiali poveri e di uso quotidiano raccontano una sorta di preistoria dell’ingegno e della creatività; sono testimonianze di un’intelligenza pratica capace di trovare soluzioni, reinventare funzioni e dare nuova vita alle cose. Osservando quanto è qui salvato viene da chiedersi che cosa significhi davvero conservare una memoria. Guatelli ha raccolto moltissimo. Forse troppo, per lo sguardo di chi non riusciva ancora a vedere ciò che lui vedeva. La sua è stata una visione ostinata e, probabilmente, per molto tempo difficile da comprendere. Oggi è proprio l'insieme della casa, con le sue pareti invase, i soffitti, i pavimenti e le infinite composizioni, a restituirci la dimensione di quella visione. La storia ci riconsegna spesso persone che per tutta la vita sembrano avere uno sguardo originale e che, solo dopo la loro morte, vengono riconosciute come visionarie. Forse a volte è proprio quel “troppo” di pensiero, quella fedeltà quasi esclusiva alla propria visione, a renderle difficili da comprendere. 


Il quadro è visibile solo alla fine
Eppure, guardando oggi la casa di Guatelli, viene da pensare che forse solo alla fine di un'opera possiamo comprendere davvero che cosa era necessario conservare e che cosa avrebbe potuto essere lasciato andare. Anche raccontare la propria vita significa, in fondo, scegliere: decidere che cosa trattenere, che cosa lasciare sullo sfondo, quali esperienze affidare alla memoria e agli altri come possibile eredità. È anche attraverso queste scelte che una vita prende forma nel racconto. Ma se vogliamo raccontare non soltanto una vita, bensì la vita di una comunità, di una generazione, di uno strato della società, quali scelte possiamo fare? Che cosa rischiamo di lasciare fuori? E soprattutto: a scapito di chi?

La domanda che portiamo con noi
Usciti dal Museo Guatelli, è forse questa la domanda che portiamo con noi: se la storia, quella grande e quella piccola non è fatta soltanto di persone celebri, avvenimenti importanti e oggetti preziosi, che cosa accade quando cominciamo a cercare ciò che normalmente non viene conservato? È fatta anche di mani, gesti, oggetti consumati, riparazioni, invenzioni, ricordi. Di cose comuni. Di storie comuni. Forse proprio per questo, di cose e di storie che meritano di essere cercate, ascoltate e raccontate.


Ermes Fuzzi & Astrid Valeck

Per approfondire: https://museoguatelli.it/

* l'immagine all'inizio del post riporta una frase di Ettore Guatelli presa dalla brochure del Museo


 





giovedì 17 settembre 2026

L'autobiografia comincia quando incontriamo uno sconosciuto

C'è un verso scritto da alunni di quarta primaria che continua a tornarmi in mente. È il ritornello di una poesia collettiva nata da un laboratorio autobiografico dedicato al corpo che cresce. 
C'è un estraneo nel mio corpo.
Non hanno scritto: sto crescendo. Non hanno scritto: il mio corpo cambia. Hanno scelto la parola estraneo. È una parola significativa, perché racconta esattamente ciò che accade quando si cresce.
Il corpo cambia prima ancora che impariamo a comprenderlo. Arrivano emozioni nuove, fami improvvise, lacrime senza un motivo evidente, sonni profondissimi, brufoli, cicatrici, paure, desideri. Tutto sembra appartenere a qualcun altro. Come se dentro di noi fosse arrivato un ospite inatteso.
Forse l'autobiografia nasce proprio qui. Quando troviamo parole per avvicinare ciò che ancora ci appare sconosciuto.
Spesso siamo convinti che raccontarsi significhi ricordare. Credo, invece, che raccontarsi significhi soprattutto riconoscere. Riconoscere una sensazione, un cambiamento, un'emozione, un limite, una trasformazione e accorgersi che qualcun altro, ascoltandoci, dice semplicemente: "Succede anche a me." È in quell'istante che il racconto di sé cessa di essere soltanto personale e diviene occasione di risonanza. Duccio Demetrio ci ha insegnato che l'autobiografia è sempre relazione: chi scrive incontra se stesso, ma incontra anche l'altro, perché ogni storia trova senso nello sguardo che la accoglie. Con i bambini questo accade in modo sorprendente. Un ricordo ne richiama un altro, una parola suggerisce un'immagine, un’immagine apre una nuova memoria. Così, lentamente, ciò che sembrava appartenere a uno soltanto diventa patrimonio del gruppo.
La poesia nata in classe non è la somma di tante autobiografie, ma il luogo in cui le autobiografie si incontrano fino a diventare una voce corale. Le strofe appartengono a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Ognuno riconosce un frammento di sé, ma quel frammento vive ormai dentro una storia condivisa. Ed è forse questo uno dei doni più preziosi dell'autobiografia a scuola. Aiutare i bambini a scoprire che ciò che inizialmente percepiscono come estraneo può essere accolto, raccontato e infine abitato.
Perché crescere significa anche questo. Imparare che quello sconosciuto, un giorno, smetterà di esserlo. E diventerà semplicemente il nostro modo di essere nel mondo.
Dopo aver attraversato fame, paura, cicatrici, lacrime, sonno, brufoli, crescita e trasformazioni, la poesia si chiude con un verso che amplifica e fa da cassa di risonanza al primo: “[..] non lo conosco, ma io sono un supereroe per la mia vita”. 
È un finale potente, perché non dice: "Adesso lo conosco." Dice di quel corpo, il proprio corpo: "Non lo conosco." L'estraneità rimane, ciò che cambia è la posizione del bambino che non ha più paura dell'ignoto, ma accetta di attraversarlo. Questo, a mio avviso, è uno dei significati più profondi dell'autobiografia: non eliminare l'incertezza, ma renderla abitabile.
Astrid Valeck
**Scuola primaria "R. Follereau" - IC n°8 "Camelia Matatia" Forlì

martedì 8 settembre 2026

PAROLEFATTEAMANO PER GLI ADOLESCENTI. Laboratori di arte e autobiografia a cura di Laura Fuzzi e Astrid Valeck


Quest’anno, come associazione, abbiamo lavorato molto con gli adolescenti, abitando sia le aule delle scuole sia contesti meno formali. Il percorso di cui voglio raccontarvi è nato proprio in uno di questi spazi altri: la biblioteca comunale, al termine delle lezioni scolastiche, all’interno del progetto "Nel segno di una storia – Laboratorio artistico autobiografico".

Quando si progetta per questa fascia d'età, c'è una domanda che noi educatori e pedagogisti dobbiamo avere il coraggio di porci: Cosa porta un gruppo di preadolescenti e adolescenti a ritornare con costanza per l'intero percorso?
Sappiamo bene che l’adolescenza è un periodo della vita non semplice, in cui la narrazione di sé – sia essa parlata o scritta – spesso si blocca bruscamente davanti al timore del giudizio dei pari. Eppure, in questo percorso, queste ragazze e questi ragazzi hanno partecipato con una continuità e una convinzione disarmanti. Lo hanno fatto nonostante un tempo atmosferico inclemente, con un caldo estivo al limite della sopportazione; lo hanno fatto nonostante la tanta scrittura proposta, l'eterogeneità dovuta all'età e l'essere un gruppo misto di maschi e femmine. E, soprattutto, lo hanno fatto nonostante l'uso delle pratiche artistiche che, solitamente, genera una distanza immediata dettata dal timore del "non sono capace". Dov'è, allora, la chiave di questo ritorno spontaneo?


La materia come soglia: superare il "non sono capace"

La prima risposta sta probabilmente nel come abbiamo proposto l'incontro tra arte e scrittura. Quando la parola si blocca, la materia offre una via d'uscita. Proporre tecniche originali e accessibili come la cianotipia, la scrittura epistolare illustrata o la rilegatura artigianale di un diario di viaggio non è stata una scelta puramente estetica, ma una precisa strategia metariflessiva.
Il fare manuale sposta l'asse dell'attenzione: mentre le mani sono impegnate a stratificare carte e trasparenze, le difese razionali si allentano. Non c'è la pressione della performance artistica né la ricerca di quella perfezione estetica a cui i social media spesso li costringono — dove ogni immagine, pensiero o vissuto deve essere "filtrato" e curato per ottenere l'approvazione degli altri. Al contrario, il laboratorio ha proposto una logica opposta.
Nella cianotipia o nella rilegatura artigianale, la macchia di colore, la sbavatura o il foglio tagliato leggermente storto non sono errori da eliminare, ma tracce uniche del proprio passaggio. L'errore diventa parte del processo educativo. Sperimentare che la propria storia può prendere forma attraverso un oggetto tangibile permette ai ragazzi di guardarsi da fuori, scoprendo che quel "non sono capace" era solo una postura di difesa, subito scardinata dalla meraviglia del vedere il proprio mondo interiore impresso su carta.


Uno spazio protetto dal giudizio
Il secondo elemento invisibile ma potente è stata la costruzione del clima di gruppo. In un'età in cui lo sguardo dell'altro può ferire, il laboratorio si è strutturato come un'oasi non giudicante. L'alternanza metodologica tra il momento intimo della scrittura di sé, lo stimolo creativo e la successiva condivisione ha permesso a ciascuno di regolare la propria distanza emotiva.
I ragazzi sono tornati perché hanno trovato un luogo in cui essere autentici. La frammentazione tipica del vissuto adolescenziale ha trovato una ricomposizione negli elaborati finali: biglietti e diari densi di cura, originalità e forte espressività personale. Vedere la propria storia accolta dai compagni ha trasformato la fatica dello scrivere in un bisogno di esserci.


La restituzione: dal laboratorio alla comunità
L'atto finale di questo percorso ha svelato la valenza più profonda della metodologia autobiografica: la cura del legame. Gli elaborati non sono rimasti custoditi nel segreto delle borse, ma sono diventati una mostra partecipata e aperta alle famiglie presso la Biblioteca "Plebino Battanini" di Castrocaro Terme e Terra del Sole.
Donare parte delle proprie opere alla biblioteca affinché continuino a parlare ai lettori futuri significa compiere un atto di cittadinanza poetica. Il messaggio pedagogico forte che resta ai ragazzi è: la tua storia ha valore, è un dono per la comunità, merita di occupare uno spazio pubblico. È questa circolarità, questa dignità data al loro vissuto, che trasforma un semplice laboratorio in un'esperienza di crescita e benessere che i ragazzi scelgono, incontro dopo incontro, di abitare.

Il progetto "Nel Segno di una Storia" è stato promosso dall'Associazione Parolefatteamano APS e realizzato grazie a un bando promosso dal Comune di Forlì, in collaborazione con il Centro per le Famiglie della Romagna Forlivese. Il percorso è stato ideato e condotto dall'artista Laura Fuzzi e dalla pedagogista Astrid Valeck, con il prezioso supporto di una tirocinante del Corso di Laurea in Pedagogia, confermando il valore della sinergia tra istituzioni culturali, amministrazioni e terzo settore nel sostenere la comunità educante.





domenica 30 agosto 2026

PAROLEFATTEAMANO NELLE SCUOLE SECONDARIE DI 2° GRADO. La nostra formatrice Astrid Valeck ha condotto i laboratori dal titolo "Insieme alla scoperta del genere"

Si riporta di seguito il contributo di Primula Lucarelli coordinatrice del progetto.

"Insieme alla scoperta del genere" è il progetto che la Provincia di Rimini offre alle scuole secondarie di 2° grado per avvicinare i ragazzi alla conoscenza dei pregiudizi e degli stereotipi utilizzati in ogni contesto per "legittimare" la diversità  di opportunità che maschi e femmine incontrano nel loro percorso di vita. Le differenze esistono e sono le benvenute fino a quando non si trasformano in diversità nell'accesso alla formazione, alle professioni, alle opportunità di carriera, alle retribuzioni, alle libertà individuali. Per aiutare ragazzi e ragazze di 15 anni, frequentanti 2 classi del Liceo linguistico e Economico sociale G. Masina, a riconoscere in modo delicato i condizionamenti culturali che orientato il loro cammino, abbiamo fatto ricorso alla scrittura autobiografica, attraverso un laboratorio condotto da Astrid Valeck. Gli incontri, 6 in ciascuna classe, sono stati straordinariamente partecipati: i ragazzi hanno accolto le sollecitazioni, hanno scritto, hanno condiviso i loro pensieri; nel confronto libero dal giudizio, hanno compreso le diverse esperienze. E questo scrivere di sé e condividere, ha regalato loro una più profonda reciproca conoscenza. Sono stati raccolti i frutti desiderati: maggiore consapevolezza del carattere culturale di ciò che definiamo "genere"; una più autentica conoscenza dei compagni, presupposto di un positivo clima di classe; una sollecitazione a continuare a scrivere di sé come strumento di riflessione personale. Il percorso, collocato all'interno del curriculum di educazione civica, è stato progettato insieme all'insegnante di lettere, così da perseguire contestualmente anche i risultati di apprendimento di quella disciplina.      


mercoledì 19 agosto 2026

L'AUTOBIOGRAFIA COME ESERCIZIO DI COMUNITÀ. Dare voce ai vissuti, custodire la memoria e trasformare un'esperienza condivisa in una storia che continua a educare.

C'è una domanda che attraversa ogni esperienza autobiografica, anche quando non ce ne accorgiamo: Che cosa resterà di quello che abbiamo vissuto?
Non è una domanda che riguarda solo gli adulti. Anche i bambini, se messi nelle condizioni di farlo, cercano continuamente modi per lasciare una traccia di sé. In un recente laboratorio realizzato al termine delle lezioni scolastiche all'interno del progetto europeo HE ALPHABETICA, un'esperienza nata come risposta educativa a un atto di vandalismo ha trasformato un muro imbrattato in un murales collettivo. Osservando il percorso da vicino, ci si accorge però che il vero cambiamento non è avvenuto sul muro. È avvenuto nei bambini.

Dare voce ai vissuti

L'autobiografia non comincia quando si scrive la propria storia. Comincia molto prima. Comincia quando qualcuno ci chiede: "Come vorresti che fosse la tua scuola?". Da questa domanda sono nate parole semplici e profondissime: empatia, gioia, amicizia, pace, altruismo... Parole che non sono state imposte dagli adulti, ma riconosciute dai bambini come parte della loro esperienza. Ogni percorso autobiografico nasce così: dall'ascolto di ciò che già abita la persona.

Le parole costruiscono identità

Successivamente altre due parole hanno accompagnato il gruppo: condivisione e collaborazione. Nell'autobiografia siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa di individuale. Eppure ogni storia personale nasce sempre dentro una relazione. Ci raccontiamo perché qualcuno ascolta. Ci riconosciamo perché qualcuno ci restituisce un'immagine di noi. Per questo l'autobiografia è anche un esercizio di comunità. Le parole che scegliamo per descrivere il nostro mondo finiscono lentamente per descrivere anche noi stessi.

La memoria ha bisogno di una forma 

Il murales resterà sulla parete della scuola. Ma accanto a quella memoria pubblica ne è stata costruita una più silenziosa. Ogni bambino ha ricevuto un fascicolo personale che raccoglie fotografie, elaborati, fumetti, appunti e frammenti del percorso. Nell'autobiografia sappiamo bene che conservare non significa accumulare. Significa attribuire valore. Quando raccogliamo le tracce di un'esperienza diciamo, implicitamente: questo è successo davvero, e merita di essere ricordato. 

Dalla traccia esterna alla traccia interiore 

Il muro racconta una storia collettiva. Il fascicolo custodisce una storia personale. Le due dimensioni non sono in contraddizione. Si completano. Ogni esperienza educativa lascia sempre due tracce: una visibile, che il territorio può osservare, e una invisibile, che continua a vivere dentro chi l'ha attraversata. Forse è proprio questo il contributo più prezioso che l'autobiografia può offrire alla scuola. Ricordarci che ogni laboratorio, ogni disegno, ogni passeggiata nel bosco, ogni parola condivisa acquista significato quando diventa parte della storia di chi l'ha vissuta. Perché educare non significa soltanto insegnare qualcosa. Significa aiutare ciascuno a riconoscere la propria storia, a custodirla e, un giorno, a poterla raccontare.

Il contesto del progetto 

La riflessione nasce da un percorso realizzato nell'ambito del Programma PN/FSE+ – Modulo ESO4.6.A4.A-FSEPNEM-2025-656, svoltosi a partire dall'8 giugno 2026, a conclusione dell'anno scolastico, nella scuola Primaria "R. Follereau" di Forlì. L'attività è stata scientificamente integrata nel progetto europeo HE ALPHABETICA (Funded by the European Union, Grant Agreement n. 101177819), iniziativa internazionale che coinvolge dodici azioni pilota in otto Paesi europei con l'obiettivo di garantire l'accesso all'arte e all'educazione artistica a bambini a rischio di povertà o esclusione sociale attraverso percorsi partecipativi e inclusivi.
Il laboratorio è stato condotto dall'artista Laura Trallalaura Fuzzi e dall'insegnante della scuola Astrid Valeck, formatrice in metodologie autobiografiche, in collaborazione con la prof. Greta Zanoni del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell'Università di Bologna.

sabato 18 luglio 2026

Scrivere gomito a gomito anziani e bambini della scuola primaria

Un incontro inaspettato
La possibilità di fare Autobiografia può nascere da occasioni inaspettate: ad esempio da un incontro tra gli anziani di un Centro Ricreativo e gli alunni di una scuola Primaria. La proposta ha preso le mosse in una prospettiva di apertura della scuola al territorio che, negli anni, ha visto il dispiegarsi di molteplici esperienze in comune - anziani e bambini - in cui questi ultimi sono stati presso il Centro Ricreativo per attività sollecitate dai “nonni” e gli anziani sono entrati nella scuola, per imparare dai bambini e svolgere insieme attività che per gli alunni erano consuete e per gli anziani erano una novità. Uno scambio di insegnamenti ed esperienze alla pari, seppure nella differenza di età e di abilità.

La magia del prestito narrativo
Così è stato per la scrittura autobiografica, una pratica consueta per i bambini ma non per gli ospiti del Centro Ricreativo anziani, che si sono buttati a capofitto nella nuova esperienza, seduti, gomito a gomito, con gli alunni che erano andati a trovarli. Come appreso a scuola, infatti, l’invito alla scrittura è stato preceduto da un prestito narrativo - in questo caso un albo illustrato - capace di coinvolgere con l’uso sapiente di immagini e brevi frasi evocative.

Ponti di carta
Preparato il terreno per aiutare la rievocazione dei ricordi, si è manifestata spontanea la collaborazione tra “nonni” e alunni in cui i bambini aiutavano il gesto grafico degli anziani che faticavano a scrivere e gli anziani guidavano i bambini che ancora erano in fase di alfabetizzazione. Un sodalizio che si è ampliato con narrazioni di conoscenza reciproca durante l’attività artistica proposta a completamento della scrittura. Gli elaborati realizzati, biglietti pop up al cui interno sono state riportate le scritture, hanno poi viaggiato tra il Centro Ricreativo e la scuola, creando occasione di lettura e condivisione per gli alunni e i familiari che si avvicinavano incuriositi e aprivano i biglietti, trovandovi narrazioni di tempi lontani o a loro vicini, per comunanza di vissuti.
Astrid Valeck

sabato 2 maggio 2026

NEL SEGNO DI UNA STORIA: un viaggio tra arte e scoperta di sé


I laboratori, dedicati ad adolescenti dai 12 ai 17 anni, coniugano tecniche artistiche manuali e scrittura autobiografica, offrendo ad ogni incontro, un linguaggio espressivo differente. Tra i percorsi previsti: la cianotipia, tecnica fotografica antica che sfrutta la luce del sole per imprimere sagome su carta, integrata dalla narrazione autobiografica per conservare frammenti di memoria e natura; la scrittura epistolare illustrata, per riscoprire la lettera scritta a mano; il diario di viaggio, per costruire uno spazio tascabile di memoria fatto di pieghe, parole e immagini; i giochi con trasparenze, per dare forma a parole silenziose attraverso segni e layers visivi; le mostruose anomalie, per dare voce alle proprie emozioni.

Non serve essere artisti, basta la curiosità. Ogni partecipante è libero di seguire il proprio ritmo in un ambiente accogliente e non giudicante.
Le iscrizioni si chiuderanno il 30 maggio 2026.



martedì 11 novembre 2025

Bambini autobiografi: la scrittura di sé come viaggio educativo. Presentazione del libro di Astrid Valeck

 

Cosa accade quando i bambini diventano narratori della propria storia?

Giovedì 20 novembre 2025, alle ore 17.30, l’Istituto Comprensivo n. 8 “Camelia Matatia” di Forlì, presso l’aula magna di viale dell’Appennino 496\C, ospiterà la presentazione del libro “Bambini autobiografi” di Astrid Valeck, un invito a scoprire come la scrittura di sé possa diventare un linguaggio di crescita, ascolto e meraviglia.
A introdurre e dialogare con l’autrice saranno Paola Casara, assessore alle politiche educative, e Maria Teresa Luongo, dirigente scolastica dell’Istituto. Insieme accompagneranno il pubblico in una riflessione viva sull’importanza di dare voce ai bambini e di accogliere, nella scuola, la potenza trasformativa delle loro narrazioni.
Nel suo libro, Astrid Valeck racconta un’esperienza pedagogica che nasce in classe e si apre alla vita. Bambini autobiografi mostra come anche i più piccoli possano scoprire, attraverso la parola scritta e condivisa, la propria unicità e la bellezza del raccontarsi.
Pagina dopo pagina, l’autrice intreccia l’autobiografia con pratiche educative come il debate, l’outdoor education, la philosophy for children e l’arte, tracciando un percorso che restituisce alla scuola il suo volto più umano: quello dell’incontro, della relazione, dell’ascolto reciproco. L’appuntamento sarà un momento di dialogo, emozione e scambio di esperienze, rivolto a insegnanti, genitori e a chiunque desideri riscoprire la forza educativa delle storie personali.
Un’occasione per ritrovare, attraverso la voce dei bambini e degli adulti che li accompagnano, il valore profondo della narrazione come forma di cura e di crescita condivisa.


lunedì 28 luglio 2025

Abitare la narrazione: l’autobiografia come stile educativo

Dedichiamo il nostro post di oggi alla recente pubblicazione della rivista AUTOBIOGRAFIE (ed. Mimesis) che dedica il numero di luglio 2025 alle pratiche autobiografiche nella scuola. 
Tra i tanti contributi c’è “Abitare la narrazione: la trasversalità dell’autobiografia tra teoria e pratiche” di Astrid Valeck che, con le sue parole, ci accompagna in un viaggio intenso dentro l’autobiografia come pratica quotidiana nella scuola dell’infanzia e nella primaria.


Astrid non parla “dall’alto”, ma “da dentro”: da chi vive ogni giorno con i bambini, sperimentando la narrazione come strumento di cura, ascolto e costruzione di identità. Dalle storie che prendono forma tra gli spazi condivisi della scuola dell’infanzia fino ai testi scritti nella primaria, il filo rosso è uno solo: raccontarsi per crescere, riconoscersi, stare bene.
Un articolo che intreccia riferimenti pedagogici, suggestioni letterarie e pratica concreta, mostrando come l’autobiografia possa diventare un vero e proprio sfondo integratore capace di tenere insieme emozioni, conoscenze e relazioni.
Da leggere se si ama la scuola che ascolta, accoglie e crea senso a partire dalle storie.

sabato 28 giugno 2025

RISONANZA E AUTOBIOGRAFIA: una possibile “pratica” per la teoria di Hartmut Rosa


(Astrid Valeck)

Il tempo è l’unica cosa che nessuno,

nemmeno una persona riconoscente,
ci può restituire.
Seneca


Sono convinta che riflettere su di sé, recuperare il proprio passato, scrivere la propria storia esistenziale siano un modo per decelerare e entrare in risonanza con quanto ci circonda, recuperando le relazioni che intercorrono tra noi e il mondo, tra noi e gli altri.

La mano che scrive – per quanto il gesto grafico possa essere rapido – chiede un movimento che costringe il pensiero a sostare, in attesa che l’inchiostro prenda forma sulla carta.

In questa sospensione, che apre inevitabilmente alla riflessione, si realizza quello che Mezirow definisce apprendimento trasformativo (2016): un processo che ci permette di rileggere in modo metariflessivo le nostre esperienze e ripensare i presupposti con cui interpretiamo la realtà. Di fatto ci apre a nuove prospettive di senso.
L’autobiografia, secondo questa chiave interpretativa, rappresenta uno strumento privilegiato per attivare cambiamenti profondi nel modo di vedere sé stessi e il mondo.

per proseguire la lettura 

https://drive.google.com/file/d/1gDkZSBeUnmisi6Em_frP2ViiOYYmZWDe/view?usp=sharing


mercoledì 11 giugno 2025

NEL SEGNO DI UNA STORIA. Laboratori artistici-autobiografici

Si è concluso ieri sera il ciclo di incontri curato dall’artista Trallalaura e dalla scrittrice Astrid Valeck dal titolo “Nel segno di una storia” con la collaborazione del Comune di Meldola. Il percorso si è snodato attraverso quattro laboratori, ognuno un viaggio a sé, ma tutti legati dal comune desiderio di dare voce al proprio mondo interiore. Ogni laboratorio è stato un invito a riscoprire la propria voce segreta, quella che abita le case della memoria, quella che emerge dai silenzi e dalle tracce invisibili lasciate dal tempo.
C'è un filo invisibile che lega il respiro del passato al battito del presente, un sentiero sottile dove la memoria fiorisce e l'immaginazione danza. In questo spazio magico hanno trovato espressione i laboratori autobiografici e artistici proposti dalla nostra associazione parolefatteamano APS, veri e propri nidi di accoglienza per chiunque desiderasse esplorare le profondità del racconto di sé. Sono stati percorsi intensi, un'esperienza che ha nutrito l'anima e risvegliato la creatività, lasciando un'eco emozionante in ogni partecipante.
In un mondo che corre, questi laboratori sono stati un'oasi, un tempo prezioso per sé, per riscoprire il ritmo lento dei gesti artigianali. Un invito a nutrire il piacere di scrivere e di creare con le proprie mani, a tessere fili di parole e colori per dare forma a ciò che dimora dentro. L'obiettivo non è stato solo quello dell'espressione personale, ma anche quello della riscoperta della creatività come strumento di conoscenza, un ponte verso sé stessi e il mondo. E così, tra la semplicità di carta, colori e parole, si sono create occasioni di incontro, dialogo e condivisione.

 Ecco i quattro laboratori:

Un quadro blu: la natura che racconta

A volte, per narrare, basta una foglia, un piccolo fiore, una carezza di luce. Nel laboratorio "Un quadro blu", la natura stessa è diventata traccia e memoria. Attraverso l'antica arte della cianotipia, sono state impresse su carta forme delicate. Poi, seguendo il filo sottile delle immagini create, la scrittura autobiografica ha dato voce a ricordi e sussurri interiori, creando un quadro naturale, un gesto di luce e parole da custodire o regalare.

Lettera Mia: ponti di parole e sentimenti

Quante lettere abbiamo scritto a mano? Quante ne abbiamo custodite nel cuore? Durante il laboratorio "Lettera mia", si è tornati al tempo lento della scrittura a mano, creando missive uniche e speciali. Intrecciando parole, disegni, simboli e piccoli segreti, è stato costruito un messaggio personale e autentico. Un rito antico, quello dell'imbustare, lasciando sospesa la possibilità di conservarla come un tesoro personale. Un dono autobiografico fatto di carta, penna e verità delicate.

Diario di viaggio: impronte dell'anima

C'è chi conserva biglietti e fotografie, chi tiene tutto nella memoria. Durante il laboratorio "Diario di viaggio", si è data forma concreta ai propri ricordi, creando un piccolo taccuino tascabile, compagno di viaggi interiori ed esteriori. Piega dopo piega, pagina dopo pagina, è nato uno spazio personale dove raccogliere parole, immagini, tracce e sogni. Un diario pronto a custodire sguardi, frammenti di mondo, e a trasformare ogni esperienza vissuta in una pagina unica, viva di emozioni e segni.


Parole silenziose: il respiro dell'inespresso

Ci sono parole che abitano il silenzio, troppo delicate per la voce, che attendono solo di essere ascoltate. In "Parole Silenziose", si è dato spazio all'attesa, lasciando che immagine e colore guidassero la penna, nel silenzio fertile che permette a ciò che ci abita di germogliare. Tra trame di segni, sfumature e parole appena sussurrate, sono state costruite piccole opere poetiche, lavori visivi e intimi che custodiscono, tra colori e forme, qualcosa di profondamente personale. Perché a volte, le assenze stesse raccontano la storia di presenze, e in una stanza vuota, le impronte di una sedia o la polvere sui vetri possono rievocare rumori e profumi, riportandoci a un tempo passato che credevamo dimenticato.

mercoledì 7 maggio 2025

A Meldola "NEL SEGNO DI UNA STORIA" laboratorio artistico autobiografico

“Nel Segno di una Storia” il laboratorio artistico autobiografico di Laura Fuzzi e Astrid Valeck

Prendersi il tempo per ascoltarsi, rallentare e tornare a creare con le proprie mani: è questa la proposta del ciclo di laboratori per adulti “Nel Segno di una Storia”, organizzato dall’associazione parolefatteamano APS, con la collaborazione dell'Assessorato alla Cultura e la biblioteca comunale “F. Torricelli” di Meldola.

Quattro appuntamenti serali — il 20 e 27 maggio, il 3 e il 10 giugno 2025, dalle ore 20.00 alle 22.30 — ospitati presso la sala P.I.T. dell’Arena Hesperia (Via XXIV Maggio, 4 – Meldola), offriranno ai partecipanti l’occasione di esplorare il legame tra memoria e creatività, narrazione di sé e linguaggio visivo.


A guidare i laboratori saranno:

– Laura Fuzzi, artista visiva, illustratrice e formatrice in ambito creativo, da anni attiva nella promozione di laboratori espressivi per adulti e ragazzi;
– Astrid Valeck, scrittrice e formatrice in metodologia autobiografica, con una lunga esperienza nella conduzione di percorsi narrativi individuali e di gruppo.

Ogni laboratorio è autoconclusivo e indipendente, ma chi lo desidera potrà partecipare all’intero ciclo. Ogni incontro sarà dedicato a un tema e a una tecnica diversa, sempre con l’obiettivo di valorizzare il potere evocativo delle parole, della carta, del gesto.

📌 Tutti i materiali saranno forniti dall’organizzazione.

📲 Per informazioni, iscrizioni o domande: Laura 329.1891637 (anche WhatsApp)

I laboratori in programma:

🟦 Un quadro blu – Martedì 20 maggio
Tra luce e parole: un laboratorio ispirato alla natura e alla tecnica antica della cianotipia, con la realizzazione di un’immagine artistica accompagnata da scrittura autobiografica.



✉️ Lettera mia – Martedì 27 maggio
Una lettera scritta e illustrata da sé, come dono o come messaggio da custodire. Un viaggio nel tempo della parola intima e della memoria affettiva.



📖 Diario di viaggio – Martedì 3 giugno
Costruzione artigianale di un taccuino personale: una mappa emotiva fatta di segni, sogni, parole e frammenti di vita da raccogliere e trasformare.



🌫️ Parole silenziose – Martedì 10 giugno
Uno spazio visivo e poetico per dare spazio a ciò che è in attesa: tra scrittura, colori e trasparenze, creeremo un’opera che custodisce ciò che merita ascolto.









sabato 8 febbraio 2025

Un albo illustrato per raccontare un viaggio nella lettura e nella scrittura autobiografica: Borsa Rana

Dedichiamo il post di oggi a questo dolce albo illustrato che nasce dalla pratica autobiografia nella scuola e che, finalmente, dopo una lunga attesa da parte dei giovanissimi lettori trova la sua pubblicazione e diffusione per il grande pubblico. E' possibile acquistarlo al link: https://amzn.eu/d/7KqlLwo 


Ci sono libri che si leggono e libri che si vivono. Borsa Rana, scritto da Astrid Valeck e illustrato da Maria Mengozzi, appartiene alla seconda categoria: non è solo una storia, ma un'esperienza educativa che accompagna i bambini nel loro primo incontro con la lettura e la scrittura.

Nata come progetto nelle scuole, Borsa Rana non è un semplice personaggio, ma una guida affettuosa e curiosa che entra nelle classi per invitare i bambini a esplorare il mondo dei libri con entusiasmo e immaginazione. Seguendo il metodo dello sfondo integratore, questo albo illustrato aiuta i piccoli lettori a sentirsi parte di una storia condivisa, in cui ogni bambino può trovare spazio per esprimere sé stesso.

Un’amica speciale per i piccoli lettori

Fin dai primi giorni nella scuola dell’infanzia, Borsa Rana diventa una compagna di viaggio nella scoperta della narrazione, trasformando ogni lettura in un’avventura partecipata. Crescendo, il suo ruolo si evolve: nella scuola primaria diventa un'alleata preziosa nel percorso di apprendimento della lettura e della scrittura, offrendo strumenti per affrontare le difficoltà e scoprire il potere delle parole.

Ma ciò che rende davvero speciale Borsa Rana è la sua capacità di accompagnare i bambini nella scrittura di sé. Attraverso attività autobiografiche e il diario personale, stimola i piccoli a raccontare le proprie emozioni, i sogni, i timori e le gioie quotidiane. La narrazione diventa così non solo un esercizio, ma un modo per conoscersi meglio e dare voce alla propria interiorità.

Un libro che lascia traccia

Quando arriva il momento di salutare Borsa Rana, il viaggio non finisce. Insieme ai bambini, raccoglie ricordi e parole, trasformandoli in un libro che custodisce il percorso fatto insieme. È un dono speciale: un pezzo della loro storia, un ricordo tangibile di crescita e scoperta.

Perché scegliere Borsa Rana?

✔ Un metodo educativo innovativo: integra la lettura e la scrittura con esperienze affettive e coinvolgenti.
✔
Promuove l’amore per i libri: rende la lettura un’avventura da vivere con curiosità.
✔
Favorisce l’espressione personale: incoraggia i bambini a raccontare la propria storia, dando valore alla loro voce.

Borsa Rana è più di un albo illustrato: è un invito a scoprire il potere delle parole, un amico che guida i piccoli lettori in un viaggio che li porterà lontano, dentro e fuori di sé.

Un libro da leggere, da scrivere e da vivere.

martedì 26 dicembre 2023

LA VITA DELLE COSE

 Loretta Buda

…partire dalle cose, le quali nella loro compostezza, nel loro silenzio docile, ci hanno dimostrato che le dimore autobiografiche vanno, innanzitutto arredate con le loro presenze.

“Comporre una vita” F. Bateson

Durante il primo incontro con Astrid ed Ermes siamo capitombolati nell’infanzia, in quello successivo, il ritorno all’adolescenza è risultato meno dirompente, questo grazie alle particolarità anagrafiche che caratterizzano i partecipanti al gruppo. Per alcuni l’adolescenza è un’età che si colloca in un trapassato prossimo, per Camilla, ad esempio, appartiene all’altro ieri; io, la più anziana del gruppo, invece mi sono accomodata nel tempo imperfetto: un tempo narrativo per antonomasia. 

Per l’occasione, come richiesto dai conduttori, abbiamo portato un oggetto collegato alla nostra adolescenza. Oggetti che erano stati relegati in cassetti o appoggiati sulle mensole più alte delle nostre scaffalature; cose che, a nostra insaputa, assistevano rispettose, al trascorrere del tempo e alle trasformazioni che lo stesso ci imponeva.

Le cose entrando in dialogo, hanno acceso, nel gruppo, un cicaleccio vivace e divertente. Ognuno di noi, descrivendo la sua “cosa”, passava anche il filo della narrazione. Un filo che si spezzava e si ricongiungeva; quando la gugliata veniva riallacciata si arricchiva di aneddoti e/o spezzoni di vita. Forse, fra battimani e sguardi sorpresi, il discorso non risultava sempre “filato”, ma le nostre storie, immerse in un coro di risate, prendevano vivacemente forma.

Sebbene lo sapessimo, abbiamo avuto conferma che gli oggetti parlano di noi, hanno una storia che può essere raccolta e raccontata, una storia che si lega alla nostra, e che documenta il nostro essere stati al mondo e nel mondo. Ora che le abbiamo interpellate per la prima volta, dovremmo imparare ad ascoltare la loro voce, valorizzarle e rispettarle in quanto rappresentano frammenti di vita che, compostamente, arredano le nostre dimore autobiografiche. Concludo con una precisazione che raccolgo da Remo Bodei, il quale nel libro “La vita delle cose”1 distingue tra cose e oggetti. “Le cose sono ciò verso cui si opera un investimento affettivo, gli oggetti/merci rappresentano ciò che si contrappone ai soggetti.”

Le “cose” di Bodei hanno una valenza affettiva, mentre gli oggetti rimangono semplici valori d’uso e di scambio. Io appartengo a quella generazione che durante l’infanzia non conosceva la parola consumismo; gli oggetti diventavano subito “cose”, conservate con cura e l’usura o la rottura delle stesse veniva sempre riparata. Oggi si parla di “Kintsugi” cioè la capacità di riparare gli oggetti con l’oro, un tempo l’accomodare, il rimediare, l’aggiustare, era prerogativa di tutti: maschi e femmine. Le femmine intervenivano sui manufatti (cucito e tricottaggio), i maschi sugli attrezzi/ utensili. I vecchi di una volta l’oro lo avevano in bocca e nelle mani; preziosa era la determinazione a trovare soluzioni e a impratichirsi per riparare “ogni cosa”. Preziosi erano anche i loro silenzi, considerati una rassicurante e rispettosa vigilanza sulla pericolosità di uno sproloquiare superficiale e inconsistente. Non trovando una conclusione adeguata chiudo con la poesia di J. L. Borges: Le cose.


Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giuoco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati
.


1 Remo Bodei, La vita delle cose, LATERZA