venerdì 25 settembre 2026

LE COSE COMUNI RACCONTANO. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro

Una frase di Ettore Guatelli, dalla brochure del Museo.

 Usciti dal museo, era questa frase di Ettore Guatelli a continuare a risuonarci dentro.

Ci sono luoghi in cui si entra quasi per caso e da cui si esce portandosi dietro una domanda. È quello che ci è accaduto visitando il Museo Ettore Guatelli, a Ozzano Taro (PR). Guatelli, maestro elementare e studioso della cultura materiale, ha raccolto per tutta la vita gli oggetti della quotidianità: attrezzi da lavoro, utensili domestici, contenitori, scarpe, valigie, orologi, giocattoli e moltissime altre cose. Oggetti che, una volta esaurita la loro funzione, avrebbero potuto essere semplicemente gettati via e che invece sono entrati nella sua casa, fino a trasformarla in un luogo difficilmente riconducibile all'idea tradizionale di museo. Pareti intere sono ricoperte di posate, martelli, ruote metalliche, barattoli, scatole. Ogni oggetto trova il proprio posto accanto agli altri, in file, gruppi, successioni e analogie fino a costruire forme geometriche. Quello che potrebbe apparire come un semplice accumulo prende forma, diventa composizione, e finisce per raccontare.

Oggetti che parlano
L’impressione, attraversando le stanze, è che siano gli oggetti a parlare. Non uno alla volta, ma tutti insieme: un coro di voci silenziose e potentissime. Ogni cosa porta con sé una domanda: chi l'ha usata? Per fare che cosa? Quali gesti ha accompagnato? Quale vita quotidiana racconta? Quali condizioni di vita, quali bisogni, quali ingegni, quali forme di fatica e di creatività stanno dietro a quell'oggetto? Il museo racconta così una storia che raramente entra nei grandi libri: quella delle persone comuni. Forse è proprio qui che l'esperienza di Guatelli incontra una delle direzioni della nostra ricerca. Da anni ci occupiamo di storie che raccontano le vite quotidiane, le memorie personali, le tracce lasciate da chi non ha avuto un posto nella storia ufficiale. Ci interessa raccoglierle, ascoltarle, metterle in relazione, perché ciò che appare piccolo e individuale possa diventare patrimonio condiviso. Questo patrimonio lo custodiamo nella nostra Mnemoteca “Loris Venturi – Corrado Ghetti” cui è stata data residenza all’interno della Biblioteca Comunale di Meldola (FC). Sentiamo il lavoro di Guatelli profondamente vicino al nostro: là dove lui ha raccolto gli oggetti attraverso cui si potevano leggere vite, gesti e modi di abitare il mondo, noi raccogliamo parole, racconti e memorie. È una vicinanza che ci fa pensare alla prospettiva autobiografica di Duccio Demetrio: il ricordo personale può uscire dalla dimensione privata e diventare una traccia capace di entrare nella memoria di un territorio. Dare voce alle persone comuni significa quindi riconoscere che ogni esistenza può custodire qualcosa che merita di essere tramandato. Ed è difficile, davanti a questi oggetti, non pensare a Paolo Jedlowski e alle sue riflessioni sulle storie comuni, sul bisogno umano di raccontare e sul rapporto fra esperienza, vita quotidiana e narrazione. Le storie comuni non sono un elemento marginale per comprendere la società: attraverso di esse possiamo avvicinarci ai modi in cui le persone danno significato alla propria esperienza e al proprio stare nel mondo.

Prezioso o da buttare?
Guatelli fa qualcosa di analogo con le cose. Non raccoglie ciò che è prezioso perché già riconosciuto come tale. Raccoglie ciò che rischia di essere buttato via. E così facendo ci costringe a cambiare lo sguardo: ciò che sembrava umile può diventare prezioso; ciò che sembrava insignificante può diventare testimonianza. L’intero percorso del museo è particolarmente suggestivo: gli oggetti costruiti, adattati, riutilizzati, trasformati a partire da materiali poveri e di uso quotidiano raccontano una sorta di preistoria dell’ingegno e della creatività; sono testimonianze di un’intelligenza pratica capace di trovare soluzioni, reinventare funzioni e dare nuova vita alle cose. Osservando quanto è qui salvato viene da chiedersi che cosa significhi davvero conservare una memoria. Guatelli ha raccolto moltissimo. Forse troppo, per lo sguardo di chi non riusciva ancora a vedere ciò che lui vedeva. La sua è stata una visione ostinata e, probabilmente, per molto tempo difficile da comprendere. Oggi è proprio l'insieme della casa, con le sue pareti invase, i soffitti, i pavimenti e le infinite composizioni, a restituirci la dimensione di quella visione. La storia ci riconsegna spesso persone che per tutta la vita sembrano avere uno sguardo originale e che, solo dopo la loro morte, vengono riconosciute come visionarie. Forse a volte è proprio quel “troppo” di pensiero, quella fedeltà quasi esclusiva alla propria visione, a renderle difficili da comprendere. 


Il quadro è visibile solo alla fine
Eppure, guardando oggi la casa di Guatelli, viene da pensare che forse solo alla fine di un'opera possiamo comprendere davvero che cosa era necessario conservare e che cosa avrebbe potuto essere lasciato andare. Anche raccontare la propria vita significa, in fondo, scegliere: decidere che cosa trattenere, che cosa lasciare sullo sfondo, quali esperienze affidare alla memoria e agli altri come possibile eredità. È anche attraverso queste scelte che una vita prende forma nel racconto. Ma se vogliamo raccontare non soltanto una vita, bensì la vita di una comunità, di una generazione, di uno strato della società, quali scelte possiamo fare? Che cosa rischiamo di lasciare fuori? E soprattutto: a scapito di chi?

La domanda che portiamo con noi
Usciti dal Museo Guatelli, è forse questa la domanda che portiamo con noi: se la storia, quella grande e quella piccola non è fatta soltanto di persone celebri, avvenimenti importanti e oggetti preziosi, che cosa accade quando cominciamo a cercare ciò che normalmente non viene conservato? È fatta anche di mani, gesti, oggetti consumati, riparazioni, invenzioni, ricordi. Di cose comuni. Di storie comuni. Forse proprio per questo, di cose e di storie che meritano di essere cercate, ascoltate e raccontate.


Ermes Fuzzi & Astrid Valeck

Per approfondire: https://museoguatelli.it/

* l'immagine all'inizio del post riporta una frase di Ettore Guatelli presa dalla brochure del Museo


 





giovedì 17 settembre 2026

L'autobiografia comincia quando incontriamo uno sconosciuto

C'è un verso scritto da alunni di quarta primaria che continua a tornarmi in mente. È il ritornello di una poesia collettiva nata da un laboratorio autobiografico dedicato al corpo che cresce. 
C'è un estraneo nel mio corpo.
Non hanno scritto: sto crescendo. Non hanno scritto: il mio corpo cambia. Hanno scelto la parola estraneo. È una parola significativa, perché racconta esattamente ciò che accade quando si cresce.
Il corpo cambia prima ancora che impariamo a comprenderlo. Arrivano emozioni nuove, fami improvvise, lacrime senza un motivo evidente, sonni profondissimi, brufoli, cicatrici, paure, desideri. Tutto sembra appartenere a qualcun altro. Come se dentro di noi fosse arrivato un ospite inatteso.
Forse l'autobiografia nasce proprio qui. Quando troviamo parole per avvicinare ciò che ancora ci appare sconosciuto.
Spesso siamo convinti che raccontarsi significhi ricordare. Credo, invece, che raccontarsi significhi soprattutto riconoscere. Riconoscere una sensazione, un cambiamento, un'emozione, un limite, una trasformazione e accorgersi che qualcun altro, ascoltandoci, dice semplicemente: "Succede anche a me." È in quell'istante che il racconto di sé cessa di essere soltanto personale e diviene occasione di risonanza. Duccio Demetrio ci ha insegnato che l'autobiografia è sempre relazione: chi scrive incontra se stesso, ma incontra anche l'altro, perché ogni storia trova senso nello sguardo che la accoglie. Con i bambini questo accade in modo sorprendente. Un ricordo ne richiama un altro, una parola suggerisce un'immagine, un’immagine apre una nuova memoria. Così, lentamente, ciò che sembrava appartenere a uno soltanto diventa patrimonio del gruppo.
La poesia nata in classe non è la somma di tante autobiografie, ma il luogo in cui le autobiografie si incontrano fino a diventare una voce corale. Le strofe appartengono a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Ognuno riconosce un frammento di sé, ma quel frammento vive ormai dentro una storia condivisa. Ed è forse questo uno dei doni più preziosi dell'autobiografia a scuola. Aiutare i bambini a scoprire che ciò che inizialmente percepiscono come estraneo può essere accolto, raccontato e infine abitato.
Perché crescere significa anche questo. Imparare che quello sconosciuto, un giorno, smetterà di esserlo. E diventerà semplicemente il nostro modo di essere nel mondo.
Dopo aver attraversato fame, paura, cicatrici, lacrime, sonno, brufoli, crescita e trasformazioni, la poesia si chiude con un verso che amplifica e fa da cassa di risonanza al primo: “[..] non lo conosco, ma io sono un supereroe per la mia vita”. 
È un finale potente, perché non dice: "Adesso lo conosco." Dice di quel corpo, il proprio corpo: "Non lo conosco." L'estraneità rimane, ciò che cambia è la posizione del bambino che non ha più paura dell'ignoto, ma accetta di attraversarlo. Questo, a mio avviso, è uno dei significati più profondi dell'autobiografia: non eliminare l'incertezza, ma renderla abitabile.
Astrid Valeck
**Scuola primaria "R. Follereau" - IC n°8 "Camelia Matatia" Forlì

martedì 8 settembre 2026

PAROLEFATTEAMANO PER GLI ADOLESCENTI. Laboratori di arte e autobiografia a cura di Laura Fuzzi e Astrid Valeck


Quest’anno, come associazione, abbiamo lavorato molto con gli adolescenti, abitando sia le aule delle scuole sia contesti meno formali. Il percorso di cui voglio raccontarvi è nato proprio in uno di questi spazi altri: la biblioteca comunale, al termine delle lezioni scolastiche, all’interno del progetto "Nel segno di una storia – Laboratorio artistico autobiografico".

Quando si progetta per questa fascia d'età, c'è una domanda che noi educatori e pedagogisti dobbiamo avere il coraggio di porci: Cosa porta un gruppo di preadolescenti e adolescenti a ritornare con costanza per l'intero percorso?
Sappiamo bene che l’adolescenza è un periodo della vita non semplice, in cui la narrazione di sé – sia essa parlata o scritta – spesso si blocca bruscamente davanti al timore del giudizio dei pari. Eppure, in questo percorso, queste ragazze e questi ragazzi hanno partecipato con una continuità e una convinzione disarmanti. Lo hanno fatto nonostante un tempo atmosferico inclemente, con un caldo estivo al limite della sopportazione; lo hanno fatto nonostante la tanta scrittura proposta, l'eterogeneità dovuta all'età e l'essere un gruppo misto di maschi e femmine. E, soprattutto, lo hanno fatto nonostante l'uso delle pratiche artistiche che, solitamente, genera una distanza immediata dettata dal timore del "non sono capace". Dov'è, allora, la chiave di questo ritorno spontaneo?


La materia come soglia: superare il "non sono capace"

La prima risposta sta probabilmente nel come abbiamo proposto l'incontro tra arte e scrittura. Quando la parola si blocca, la materia offre una via d'uscita. Proporre tecniche originali e accessibili come la cianotipia, la scrittura epistolare illustrata o la rilegatura artigianale di un diario di viaggio non è stata una scelta puramente estetica, ma una precisa strategia metariflessiva.
Il fare manuale sposta l'asse dell'attenzione: mentre le mani sono impegnate a stratificare carte e trasparenze, le difese razionali si allentano. Non c'è la pressione della performance artistica né la ricerca di quella perfezione estetica a cui i social media spesso li costringono — dove ogni immagine, pensiero o vissuto deve essere "filtrato" e curato per ottenere l'approvazione degli altri. Al contrario, il laboratorio ha proposto una logica opposta.
Nella cianotipia o nella rilegatura artigianale, la macchia di colore, la sbavatura o il foglio tagliato leggermente storto non sono errori da eliminare, ma tracce uniche del proprio passaggio. L'errore diventa parte del processo educativo. Sperimentare che la propria storia può prendere forma attraverso un oggetto tangibile permette ai ragazzi di guardarsi da fuori, scoprendo che quel "non sono capace" era solo una postura di difesa, subito scardinata dalla meraviglia del vedere il proprio mondo interiore impresso su carta.


Uno spazio protetto dal giudizio
Il secondo elemento invisibile ma potente è stata la costruzione del clima di gruppo. In un'età in cui lo sguardo dell'altro può ferire, il laboratorio si è strutturato come un'oasi non giudicante. L'alternanza metodologica tra il momento intimo della scrittura di sé, lo stimolo creativo e la successiva condivisione ha permesso a ciascuno di regolare la propria distanza emotiva.
I ragazzi sono tornati perché hanno trovato un luogo in cui essere autentici. La frammentazione tipica del vissuto adolescenziale ha trovato una ricomposizione negli elaborati finali: biglietti e diari densi di cura, originalità e forte espressività personale. Vedere la propria storia accolta dai compagni ha trasformato la fatica dello scrivere in un bisogno di esserci.


La restituzione: dal laboratorio alla comunità
L'atto finale di questo percorso ha svelato la valenza più profonda della metodologia autobiografica: la cura del legame. Gli elaborati non sono rimasti custoditi nel segreto delle borse, ma sono diventati una mostra partecipata e aperta alle famiglie presso la Biblioteca "Plebino Battanini" di Castrocaro Terme e Terra del Sole.
Donare parte delle proprie opere alla biblioteca affinché continuino a parlare ai lettori futuri significa compiere un atto di cittadinanza poetica. Il messaggio pedagogico forte che resta ai ragazzi è: la tua storia ha valore, è un dono per la comunità, merita di occupare uno spazio pubblico. È questa circolarità, questa dignità data al loro vissuto, che trasforma un semplice laboratorio in un'esperienza di crescita e benessere che i ragazzi scelgono, incontro dopo incontro, di abitare.

Il progetto "Nel Segno di una Storia" è stato promosso dall'Associazione Parolefatteamano APS e realizzato grazie a un bando promosso dal Comune di Forlì, in collaborazione con il Centro per le Famiglie della Romagna Forlivese. Il percorso è stato ideato e condotto dall'artista Laura Fuzzi e dalla pedagogista Astrid Valeck, con il prezioso supporto di una tirocinante del Corso di Laurea in Pedagogia, confermando il valore della sinergia tra istituzioni culturali, amministrazioni e terzo settore nel sostenere la comunità educante.