Quest’anno, come associazione, abbiamo lavorato molto con gli
adolescenti, abitando sia le aule delle scuole sia contesti meno
formali. Il percorso di cui voglio raccontarvi è nato proprio in uno
di questi spazi altri: la biblioteca comunale, al termine delle
lezioni scolastiche, all’interno del progetto "Nel segno di
una storia – Laboratorio artistico autobiografico".
Quando
si progetta per questa fascia d'età, c'è una domanda che noi
educatori e pedagogisti dobbiamo avere il coraggio di porci: Cosa
porta un gruppo di preadolescenti e adolescenti a ritornare con
costanza per l'intero percorso?
Sappiamo
bene che l’adolescenza è un periodo della vita non semplice, in
cui la narrazione di sé – sia essa parlata o scritta – spesso si
blocca bruscamente davanti al timore del giudizio dei pari. Eppure,
in questo percorso, queste ragazze e questi ragazzi hanno partecipato
con una continuità e una convinzione disarmanti. Lo hanno fatto
nonostante un tempo atmosferico inclemente, con un caldo estivo al
limite della sopportazione; lo hanno fatto nonostante la tanta
scrittura proposta, l'eterogeneità dovuta all'età e l'essere un
gruppo misto di maschi e femmine. E, soprattutto, lo hanno fatto
nonostante l'uso delle pratiche artistiche che, solitamente, genera
una distanza immediata dettata dal timore del "non sono
capace". Dov'è,
allora, la chiave di questo ritorno spontaneo?
La materia come soglia: superare il "non sono capace"
La materia come soglia: superare il "non sono capace"
La
prima risposta sta probabilmente nel come abbiamo proposto
l'incontro tra arte e scrittura. Quando la parola si blocca, la
materia offre una via d'uscita. Proporre tecniche originali e
accessibili come la cianotipia, la scrittura epistolare illustrata o
la rilegatura artigianale di un diario di viaggio non è stata una
scelta puramente estetica, ma una precisa strategia metariflessiva.
Il
fare manuale sposta l'asse dell'attenzione: mentre le mani sono
impegnate a stratificare carte e trasparenze, le difese razionali si
allentano. Non c'è la pressione della performance artistica né la
ricerca di quella perfezione estetica a cui i social media spesso li
costringono — dove ogni immagine, pensiero o vissuto deve essere
"filtrato" e curato per ottenere l'approvazione degli
altri. Al contrario, il laboratorio ha proposto una logica opposta.
Nella cianotipia o nella
rilegatura artigianale, la macchia di colore, la sbavatura o il
foglio tagliato leggermente storto non sono errori da eliminare, ma
tracce uniche del proprio passaggio. L'errore diventa parte del
processo educativo. Sperimentare che la propria storia può prendere
forma attraverso un oggetto tangibile permette ai ragazzi di
guardarsi da fuori, scoprendo che quel "non sono capace"
era solo una postura di difesa, subito scardinata dalla meraviglia
del vedere il proprio mondo interiore impresso su carta.
Uno spazio protetto dal
giudizioIl
secondo elemento invisibile ma potente è stata la costruzione del
clima di gruppo. In un'età in cui lo sguardo dell'altro può ferire,
il laboratorio si è strutturato come un'oasi non giudicante.
L'alternanza metodologica tra il momento intimo della scrittura di
sé, lo stimolo creativo e la successiva condivisione ha permesso a
ciascuno di regolare la propria distanza emotiva.
I
ragazzi sono tornati perché hanno trovato un luogo in cui essere
autentici. La frammentazione tipica del vissuto
adolescenziale ha trovato una ricomposizione negli elaborati finali:
biglietti e diari densi di cura, originalità e forte espressività
personale. Vedere la propria storia accolta dai compagni ha trasformato la fatica dello scrivere in un bisogno
di esserci.
La restituzione: dal
laboratorio alla comunitàL'atto
finale di questo percorso ha svelato la valenza più profonda della
metodologia autobiografica: la cura del legame. Gli elaborati non
sono rimasti custoditi nel segreto delle borse, ma sono diventati una
mostra partecipata e aperta alle famiglie presso la Biblioteca
"Plebino Battanini" di Castrocaro Terme e Terra del Sole.
Donare
parte delle proprie opere alla biblioteca affinché continuino a
parlare ai lettori futuri significa compiere un atto di cittadinanza
poetica. Il messaggio pedagogico forte che resta ai ragazzi è: la
tua storia ha valore, è un dono per la comunità, merita di occupare
uno spazio pubblico. È questa circolarità, questa dignità data
al loro vissuto, che trasforma un semplice laboratorio in
un'esperienza di crescita e benessere che i ragazzi scelgono,
incontro dopo incontro, di abitare.
Il
progetto "Nel Segno di una Storia" è stato promosso
dall'Associazione Parolefatteamano APS e realizzato grazie a un bando
promosso dal Comune di Forlì, in collaborazione con il Centro per le
Famiglie della Romagna Forlivese. Il percorso è stato ideato e
condotto dall'artista Laura Fuzzi e dalla pedagogista Astrid Valeck,
con il prezioso supporto di una tirocinante del Corso di Laurea in
Pedagogia, confermando il valore della sinergia tra istituzioni
culturali, amministrazioni e terzo settore nel sostenere la comunità
educante.
