C'è un verso scritto da alunni di quarta primaria che continua a
tornarmi in mente. È il ritornello di una poesia collettiva nata da
un laboratorio autobiografico dedicato al corpo che cresce.
C'è
un estraneo nel mio corpo.
Non
hanno scritto: sto crescendo. Non hanno scritto: il mio
corpo cambia. Hanno scelto la parola estraneo. È una
parola significativa, perché racconta esattamente ciò che accade
quando si cresce.
Il
corpo cambia prima ancora che impariamo a comprenderlo. Arrivano
emozioni nuove, fami improvvise, lacrime senza un motivo evidente,
sonni profondissimi, brufoli, cicatrici, paure, desideri. Tutto
sembra appartenere a qualcun altro. Come
se dentro di noi fosse arrivato un ospite inatteso.
Forse
l'autobiografia nasce proprio qui. Quando troviamo parole per
avvicinare ciò che ancora ci appare sconosciuto.
Spesso
siamo convinti che raccontarsi significhi ricordare. Credo,
invece, che raccontarsi significhi soprattutto riconoscere.
Riconoscere una sensazione, un cambiamento, un'emozione, un limite,
una trasformazione e accorgersi che qualcun altro, ascoltandoci, dice
semplicemente: "Succede anche a me." È in
quell'istante che il racconto di sé cessa di essere soltanto
personale e diviene occasione di risonanza. Duccio Demetrio ci ha
insegnato che l'autobiografia è sempre relazione: chi scrive
incontra se stesso, ma incontra anche l'altro, perché ogni storia
trova senso nello sguardo che la accoglie. Con i bambini questo
accade in modo sorprendente. Un ricordo ne richiama un altro, una
parola suggerisce un'immagine, un’immagine apre una nuova memoria.
Così, lentamente, ciò che sembrava appartenere a uno soltanto
diventa patrimonio del gruppo.
La
poesia nata in classe non è la somma di tante autobiografie, ma il
luogo in cui le autobiografie si incontrano fino a diventare una voce
corale. Le strofe appartengono a tutti e a nessuno nello stesso
tempo. Ognuno riconosce un frammento di sé, ma quel frammento vive
ormai dentro una storia condivisa. Ed è forse questo uno dei doni
più preziosi dell'autobiografia a scuola. Aiutare i bambini a
scoprire che ciò che inizialmente percepiscono come estraneo può
essere accolto, raccontato e infine abitato.
Perché
crescere significa anche questo. Imparare che quello sconosciuto, un
giorno, smetterà di esserlo. E diventerà semplicemente il nostro
modo di essere nel mondo.
Dopo
aver attraversato fame, paura, cicatrici, lacrime, sonno, brufoli,
crescita e trasformazioni, la poesia si chiude con un verso che
amplifica e fa da cassa di risonanza al primo: “[..] non lo conosco, ma io
sono un supereroe per la mia vita”.
È
un finale potente, perché non dice: "Adesso lo conosco."
Dice di quel corpo, il proprio corpo: "Non lo conosco." L'estraneità
rimane, ciò che cambia è la posizione del bambino che non ha più
paura dell'ignoto, ma accetta di attraversarlo. Questo, a mio
avviso, è uno dei significati più profondi dell'autobiografia:
non eliminare
l'incertezza, ma renderla abitabile.
Astrid Valeck
**Scuola primaria "R. Follereau" - IC n°8 "Camelia Matatia" Forlì

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