giovedì 17 settembre 2026

L'autobiografia comincia quando incontriamo uno sconosciuto

C'è un verso scritto da alunni di quarta primaria che continua a tornarmi in mente. È il ritornello di una poesia collettiva nata da un laboratorio autobiografico dedicato al corpo che cresce. 
C'è un estraneo nel mio corpo.
Non hanno scritto: sto crescendo. Non hanno scritto: il mio corpo cambia. Hanno scelto la parola estraneo. È una parola significativa, perché racconta esattamente ciò che accade quando si cresce.
Il corpo cambia prima ancora che impariamo a comprenderlo. Arrivano emozioni nuove, fami improvvise, lacrime senza un motivo evidente, sonni profondissimi, brufoli, cicatrici, paure, desideri. Tutto sembra appartenere a qualcun altro. Come se dentro di noi fosse arrivato un ospite inatteso.
Forse l'autobiografia nasce proprio qui. Quando troviamo parole per avvicinare ciò che ancora ci appare sconosciuto.
Spesso siamo convinti che raccontarsi significhi ricordare. Credo, invece, che raccontarsi significhi soprattutto riconoscere. Riconoscere una sensazione, un cambiamento, un'emozione, un limite, una trasformazione e accorgersi che qualcun altro, ascoltandoci, dice semplicemente: "Succede anche a me." È in quell'istante che il racconto di sé cessa di essere soltanto personale e diviene occasione di risonanza. Duccio Demetrio ci ha insegnato che l'autobiografia è sempre relazione: chi scrive incontra se stesso, ma incontra anche l'altro, perché ogni storia trova senso nello sguardo che la accoglie. Con i bambini questo accade in modo sorprendente. Un ricordo ne richiama un altro, una parola suggerisce un'immagine, un’immagine apre una nuova memoria. Così, lentamente, ciò che sembrava appartenere a uno soltanto diventa patrimonio del gruppo.
La poesia nata in classe non è la somma di tante autobiografie, ma il luogo in cui le autobiografie si incontrano fino a diventare una voce corale. Le strofe appartengono a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Ognuno riconosce un frammento di sé, ma quel frammento vive ormai dentro una storia condivisa. Ed è forse questo uno dei doni più preziosi dell'autobiografia a scuola. Aiutare i bambini a scoprire che ciò che inizialmente percepiscono come estraneo può essere accolto, raccontato e infine abitato.
Perché crescere significa anche questo. Imparare che quello sconosciuto, un giorno, smetterà di esserlo. E diventerà semplicemente il nostro modo di essere nel mondo.
Dopo aver attraversato fame, paura, cicatrici, lacrime, sonno, brufoli, crescita e trasformazioni, la poesia si chiude con un verso che amplifica e fa da cassa di risonanza al primo: “[..] non lo conosco, ma io sono un supereroe per la mia vita”. 
È un finale potente, perché non dice: "Adesso lo conosco." Dice di quel corpo, il proprio corpo: "Non lo conosco." L'estraneità rimane, ciò che cambia è la posizione del bambino che non ha più paura dell'ignoto, ma accetta di attraversarlo. Questo, a mio avviso, è uno dei significati più profondi dell'autobiografia: non eliminare l'incertezza, ma renderla abitabile.
Astrid Valeck
**Scuola primaria "R. Follereau" - IC n°8 "Camelia Matatia" Forlì

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