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martedì 26 dicembre 2023

LA VITA DELLE COSE

 Loretta Buda

partire dalle cose, le quali nella loro compostezza, nel loro silenzio docile, ci hanno dimostrato che le dimore autobiografiche vanno, innanzitutto arredate con le loro presenze.

Comporre una vita” F. Bateson

Durante il primo incontro con Astrid ed Ermes siamo capitombolati nell’infanzia, in quello successivo, il ritorno all’adolescenza è risultato meno dirompente, questo grazie alle particolarità anagrafiche che caratterizzano i partecipanti al gruppo. Per alcuni l’adolescenza è un’età che si colloca in un trapassato prossimo, per Camilla, ad esempio, appartiene all’altro ieri; io, la più anziana del gruppo, invece mi sono accomodata nel tempo imperfetto: un tempo narrativo per antonomasia. 

Per l’occasione, come richiesto dai conduttori, abbiamo portato un oggetto collegato alla nostra adolescenza. Oggetti che erano stati relegati in cassetti o appoggiati sulle mensole più alte delle nostre scaffalature; cose che, a nostra insaputa, assistevano rispettose, al trascorrere del tempo e alle trasformazioni che lo stesso ci imponeva.

Le cose entrando in dialogo, hanno acceso, nel gruppo, un cicaleccio vivace e divertente. Ognuno di noi, descrivendo la sua “cosa”, passava anche il filo della narrazione. Un filo che si spezzava e si ricongiungeva; quando la gugliata veniva riallacciata si arricchiva di aneddoti e/o spezzoni di vita. Forse, fra battimani e sguardi sorpresi, il discorso non risultava sempre “filato”, ma le nostre storie, immerse in un coro di risate, prendevano vivacemente forma.

Sebbene lo sapessimo, abbiamo avuto conferma che gli oggetti parlano di noi, hanno una storia che può essere raccolta e raccontata, una storia che si lega alla nostra, e che documenta il nostro essere stati al mondo e nel mondo. Ora che le abbiamo interpellate per la prima volta, dovremmo imparare ad ascoltare la loro voce, valorizzarle e rispettarle in quanto rappresentano frammenti di vita che, compostamente, arredano le nostre dimore autobiografiche. Concludo con una precisazione che raccolgo da Remo Bodei, il quale nel libro “La vita delle cose”1 distingue tra cose e oggetti. “Le cose sono ciò verso cui si opera un investimento affettivo, gli oggetti/merci rappresentano ciò che si contrappone ai soggetti.”

Le “cose” di Bodei hanno una valenza affettiva, mentre gli oggetti rimangono semplici valori d’uso e di scambio. Io appartengo a quella generazione che durante l’infanzia non conosceva la parola consumismo; gli oggetti diventavano subito “cose”, conservate con cura e l’usura o la rottura delle stesse veniva sempre riparata. Oggi si parla di “Kintsugi” cioè la capacità di riparare gli oggetti con l’oro, un tempo l’accomodare, il rimediare, l’aggiustare, era prerogativa di tutti: maschi e femmine. Le femmine intervenivano sui manufatti (cucito e tricottaggio), i maschi sugli attrezzi/ utensili. I vecchi di una volta l’oro lo avevano in bocca e nelle mani; preziosa era la determinazione a trovare soluzioni e a impratichirsi per riparare “ogni cosa”. Preziosi erano anche i loro silenzi, considerati una rassicurante e rispettosa vigilanza sulla pericolosità di uno sproloquiare superficiale e inconsistente. Non trovando una conclusione adeguata chiudo con la poesia di J. L. Borges: Le cose.


Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giuoco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati
.


1 Remo Bodei, La vita delle cose, LATERZA

martedì 1 settembre 2020

Album fotografico "ANDAR PER STORIE ...a Meldola 2020"






Sabato 29 agosto ha finalmente avuto luogo il tanto atteso evento pubblico dedicato alla ricerca dell'APS  PAROLEFATTEMANO  dal titolo:  "Andar per storie...a Meldola".  
 E' stata una grande gioia per tutti ritrovarsi, in tanti , nella splendida cornice       dell'Arena Hesperia  per un evento previsto per il 13 marzo 2020, e sospeso   durante  il lockdown- 
I protagonisti della serata: Guido Neri e Piero 
Ruscelli, sono stati  presentati dalle voci narranti di   Loris Venturi ed Ermes Fuzzi.
L'iniziativa ha avuto il patrocinio del Comune di Meldola e la collaborazione della biblioteca comunale "F. Torricelli".


Qui di seguito alcune foto dal nostro album.













        






mercoledì 29 luglio 2020

CUSTODI DELLA MEMORIA A TAVOLICCI – invito alla lettura

Non molti sanno che il 22 luglio 1944 il piccolo borgo di Tavolicci, a pochi km da Sarsina sull'Appennino romagnolo, è stato teatro di un'efferata strage ad opera di truppe fasciste. 
In tanti furono fucilati e in tanti trovarono la morte nella casa in cui erano stati rinchiusi e che venne data alle fiamme. Quasi tutta la popolazione venne sterminata, ben 64 persone su 82 abitanti. Un intero borgo, a circa 1000 mt di altitudine, con campi coltivati a patate e il bosco ad offrire sussistenza. Stiamo parlando di persone comuni, anziani...donne...bambini... il più giovane aveva 14 giorni, il più anziano 84 anni. 
Non siamo in grado di portare ragioni o motivazioni, l'episodio è ancora aperto e senza risposte.
Il ricordo di quel giorno è rimasto indelebile nei pochi sopravvissuti ed è grazie a loro che è stato possibile conoscere quanto è accaduto. Non tutti però sono riusciti a narrare, qualcuno ha preferito il silenzio; tra questi ultimi c'è chi ha lasciato Tavolicci, chi è rimasto ma non ha mai detto nulla, chi non è mai voluto essere presente ad una commemorazione per il timore di dover raccontare ciò per cui non esistevano parole tanto era stato enorme il dramma. Chi è restato si è fatto custode della vita di chi non c'è più, ha testimoniato con la propria presenza. 
Ricorda la Lowenthal [Lo strappo nell'anima, 2002] che anche il silenzio ha una sua memoria, fatta di gesti e di azioni trasmesse attraverso l'educazione. Il silenzio è una ferita che resta aperta, che non trova il modo di essere sanata. Nella trama della vita e della memoria individuale e collettiva è come se vi fosse una lacerazione e i lembi del tessuto non possono essere riuniti e ricuciti, manca proprio un pezzetto di tessuto. L'ordito va intrecciato nuovamente e questo è possibile attraverso le storie. In questo risiede la grande opera compiuta dai biografi dell'APS parolefattemano di Meldola con il volume “Vivere a Tavolicci dopo la strage del 22 luglio 19441”. 
Delle testimonianze raccolte solo una è di un testimone primario, le altre sono state donate da coloro che sono nati dopo la strage. Attraverso i loro racconti si tesse quella trama capace di riunire i lembi della memoria. A questo serve la narrazione dei testimoni secondari, cioè di coloro che sono nati dopo gli eventi accaduti. La memoria vissuta diviene memoria condivisibile. 
In questa tessitura trova posto la casa in cui è avvenuto l'eccidio, che a lungo ha portato i segni della tragedia avvenuta, e che è stata restaurata e trasformata in museo. 
Essere rimasti a Tavolicci o averlo scelto come luogo di vita significa raccogliere il testimone e divenire custode a propria volta. Leggendo le storie di vita raccolte ci si rende conto della forte volontà che guida chi vive in questo luogo, ne emergee l'immagine di eroi quotidiani. 
Vivere a Tavolicci, almeno per le comodità cui siamo abituati, non è semplice. È decentrata, distante dai servizi, dalle sedi di lavoro e il clima è quello tipico della montagna. 
Frequentare la scuola, per il solo bambino in età scolare che vi abita, significa due ore di percorrenza in scuolabus ogni giorno, e per gli adulti lasciare la casa alle 4:00 del mattino per rientrarvi che è già buio. D'inverno bisogna fare i conti con la neve e il ghiaccio. Eppure questo luogo ha un fascino che sovrasta ogni possibile fatica. È immerso nella natura e la pace che vi regna non fa certo rimpiangere il ritmo sincopato e l'inquinamento delle nostre città. Qui il tempo ha un altro valore come anche il rapporto con l'ambiente. Negli anni '90 i residenti hanno provato a rendere nuovamente produttivo il territorio costituendosi in cooperativa. Non ha funzionato come desideravano e la cura per la terra richiede ancora oggi il lavoro presso terzi, però c'è un progetto interessante che si sta concretizzando e che affianca quanti hanno già deciso di trasferirsi tra queste montagne. Lo si può trovare nel racconto di due ragazzi, marito e moglie, i più giovani tra coloro che hanno narrato: sono i figli, dei figli, dei figli...gli ultimi, in ordine di tempo, ad aver raccolto il testimone e a farsi custodi della memoria di questo luogo.

Astrid Valeck

1Ricerca in collaborazione e per conto dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età contemporanea di Forlì-Cesena e Ass. Amici della casa di Tavolicci.

sabato 4 luglio 2020

RINNOVARE LA MEMORIA. Vivere a Tavolicci dopo la strage del 1944

Domenica 19 luglio 2020 alle ore 15.30 i Biografi volontari dell'APS parolefatteamano saranno a Tavolicci per parlare di memoria collettiva e di autobiografia. Un progetto nato insieme all'Istituto Storico della Resistenza di Forlì e all'Associazione Amici della casa di Tavolicci. I Biografi della nostra associazione hanno dedicato due anni all'ascolto, alla raccolta e alla scrittura delle storie di vita di chi a Tavolicci è rimasto, è nato, è vissuto dopo gli eventi del 22 luglio del 1944. Una memoria che resta, che pesa e accompagna. Una memoria capace, però, di divenire possibilità. A Tavolicci, attualmente, vi sono poche case che potrei definire semi, perché le persone che vi abitano e che l'hanno scelto come proprio luogo di vita, stanno piantando il futuro. Non è facile vivere a Tavolicci: è un posto di montagna, è lontano dalle comodità e dai servizi. È lontano, però, anche dalla confusione, dalla fretta e dallo smog della pianura. La forte volontà di chi è rimasto e l'amore per questo luogo in cui lo sguardo si può muovere libero verso un orizzonte che trascende le cime, sta facendo germinare i "semi" di cui dicevo prima: attività produttive che promuovono il territorio e nuove nascite; a Tavolicci infatti ci sono due bimbi. Non si dimentica la strage e ciò che ha significato per chi è rimasto e per chi è nato dopo quell'evento. Ciò che è stato lascia sempre un segno in chi viene dopo. Una sorta di cicatrice consegnata in eredità attraverso l'educazione, il ricordo di un dolore: per non dimenticare quello che c'era prima di quel dolore e per fare divenire quella cicatrice forza propulsiva per il futuro e le generazioni che verranno. Domenica racconteremo della nostra ricerca parlando di infanzia, di affetti, di sogni, di aspettative, di attese...attraverso le parole di Primo Botti, Elisa Gabrielli, Silvano Longhi, Angelo Perini, Alderina Olivieri, Jenny Perini e Matteo Caminati.
Astrid Valeck


domenica 28 aprile 2019

UNA NUOVA SEDE PER LA BIBLIOTECA "F. TORRICELLI" DI MELDOLA


Uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, [..] è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.
(Umberto Eco)

Il 27 aprile 2019 la biblioteca "F. Torricelli" di Meldola ha cambiato sede, da palazzo Doria Panphili all'ex Macello, rimesso completamente a nuovo e ripensato nella strutturazione degli spazi per consentire molteplici e diversificati utilizzi. 
La nuova biblioteca ha ampi spazi luminosi e una zona studiata a misura di bambino, nonchè per ragazzi e per adulti. All'interno della biblioteca ha anche una sua speciale collocazione la mnemoteca creata dalla nostra associazione, che custodisce tutte le storie di vita raccolte in questi anni dal gruppo dei Biografi Volontari.
Prendendo a prestito le parole di Umberto Eco ci auguriamo che chiunque entri in biblioteca, incuriosito dai tanti libri disponibili negli scaffali, accompagnato dalla luminosità dei raggi che si intrufolano dall'esterno, possa essere catturato da qualcosa di cui non sospettava l'esistenza ma che si dimostra di estrema importanza per lui. Di coglierlo dalla scaffale e di sedersi a leggere dimentico dei suoni dell'esterno, in viaggio per luoghi lontani.



sabato 11 agosto 2018

ANDAR PER STORIE A MELDOLA - presentazione 8 agosto 2018

ANDAR PER STORIE ....a MELDOLA. 

Solo la pioggia, incerta nella discesa, ma determinata a disturbare l’evento ha parzialmente scompaginato l’assetto organizzativo della serata di presentazione del secondo volume “ Andar per storie a Meldola”.
La bizzarria meteorologica  ha costretto i presenti ad abbandonare l’Arena per riunirsi nella sala attigua, un luogo contenuto che ci ha permesso di  cogliere , nei presenti, la piacevolezza di” esser-ci”.  Persone  attente ad ascoltare le storie magistralmente lette da Paola Scarpellini, Sandro Briganti e Loris Venturi, persone sedotte dall’ improvvisazione musicale di  Michele Ingoli, persone curiose  che sembravano pronte a chiedere, come fanno i bambini alla fine di una storia:  "e  poi?". 
A questo proposito desideriamo  rassicurare gli amici  e le amiche che  ci seguono  e ci sostengono che continueremo  le nostre ricerche e proseguiremo  a proporci  con eventi culturali. Nel nostro “andar per storie” abbiamo avuto conferma  che la cultura la fanno tutti, chi lavora sul trattore e chi costruisce chitarre, chi cura  l’orto e chi confeziona abiti. Quindi, con questa promessa, rinnoviamo il nostro grazie per la presenza vivace  e  partecipazione attiva riservando un pensiero dedicato a Carmen Maccherozzi per la disponibilità e professionalità , da sempre, accordate.

 














  


  




venerdì 7 luglio 2017

MËZA CÁPA AD LAVURADUR…E POCO PIÙ. Memorie di lavoro di cittadini meldolesi

Mentre è ancora in corso la mostra di immagini e parole 
"L'ANIMA DEI LUOGHI, I LUOGHI DELL'ANIMA....alla ricerca del genius loci"
(visitabile fino a l 15 luglio 207)

stiamo già preparando la presentazione del libro 
"MËZA CÁPA AD LAVURADURE POCO PIÙ"


I protagonisti di questa nuova avventura biografica sono: 
Maria Antonietta Arzu
Ermen Bertaccini
Germano Carloni
Maria Iolanda Casadei
Giuseppe Cardinale
Antonia Collinelli
Mario Conficoni
Maria Grazia Conti
Miro Coveri
Silverio Medri
Glauco Mercuriali
Ruggero Milandri
Don Mauro Petrini
Piero Tassinari
Teresina Zuccherelli
La data da segnarsi in agenda è martedì 8 AGOSTO 2017

sabato 20 maggio 2017

Come raccontarsi con il LABORATORIO DI AUTOBIOGRAFIA

Nell'ormai consolidato rapporto che ci vede collaborare, lo scorso 17 maggio, La Rete Magica onlus di Forlì, Meldola e Galeata ci ha invitati a parlare di autobiografia e biografie locali a Meldola, proprio nella cittadina che ci vede attivamente operare da anni. Con grandissimo piacere abbiamo incontrato i soci meldolesi de La Rete Magica, ritrovando tante persone conosciute, tra cui Teresina Zuccherelli la cui biografia di lavoro è stata da noi raccolta in passato e che sarà nuovamente proposta alla cittadinanza. L'appuntamento è per l'8 agosto 2017, sempre nell'arena Hesperia a Meldola.

Le foto sono di Roberto Zoli che ringraziamo











mercoledì 1 febbraio 2017

laboratorio per BIOGRAFI VOLONTARI

Tra le iniziative in cantiere per il 2017 c'è un laboratorio per Biografi Volontari. 
Per iscriversi contattare la mail: parolefatteamano@gmail.com


domenica 18 settembre 2016

MEMORIE DI LAVORO, Astrid Valeck ed Ermen Bertaccini

Chiudono questa breve rassegna Astrid ed Ermenegilda
Dall'introduzione di Astrid Valeck
[..]Nata e cresciuta in varie zone della Romagna Ermen ha vissuto tutta la vita “in bottega”. A Meldola per aiutare sua mamma nella merceria e a Gatteo mare dove ha dato vita al negozio di abbigliamento che porta il suo nome e che lei ha dedicato all'alta moda femminile. Tante le persone famose e i professionisti che si sono rivolte ai suoi consigli di modista, vestendosi esclusivamente con gli abiti che lei sceglieva appositamente per loro, nelle varie gallerie di moda e atelier. Il principio base che l'ha guidata nel lavoro è stato quello della cura del cliente, tanto che le persone tornavano a servirsi da lei, anno dopo anno. Un altro principio è stato quello del fare il “passo adeguato alla gamba”, preventivando con attenzione meticolosa acquisti e pagamenti, in modo da non avere debiti e non dover richiedere prestiti. Ha dovuto iniziare con le sue sole forze e l'ostracismo della famiglia, ma poco per volta è andata sempre crescendo. Il lavoro è stata costante e guida della sua vita. Finita la stagione al mare Ermen, anziché andare in ferie come la maggior parte dei professionisti stagionali suoi colleghi, rientrava a Meldola ad aiutare la madre nella bottega di famiglia[..]

Brano tratto dalla narrazione di Ermen Bertaccini
"UNO STRALCIO DELLA MIA VITA"

Mia mamma aprì una merceria a Meldola nel 1956. All'epoca io andavo ancora a scuola a Forlì, facevo le superiori e nel pomeriggio, per aiutare mia mamma, ne approfittavo per fare la spesa per il negozio. Ho preso il diploma di computisteria e volevo iscrivermi a Ragioneria, ma non ho continuato a studiare perché già lavoravo con lei.
Leggo tante biografie che narrano di gioventù passate nelle passeggiate o con le amiche: io quelle cose non le ho vissute. Non ho vissuto la gioventù per tanti motivi, tra cui vicissitudini familiari.
A 24 anni ho deciso di aprire un negozio al mare, a Gatteo mare per la precisione. In casa mia mi hanno detto: “Vuoi farlo?! Arrangiati!”. Non so perché ho scelto questo tipo di lavoro e il mare, forse è stato il desiderio di evadere. La mia vita a Meldola, infatti, era sempre sotto l'ala di qualcuno. Non staccavo mai. Lavoro-casa, casa-lavoro. Al mare ero solo io. Questa evasione, anche se mi condizionava, mi realizzava. Lavoravo tantissimo, dal mattino alla notte, ma ero felice.

Gli inizi della mia professione a Gatteo mare
In principio sono andata a lavorare con una signora che abitava vicino all'Istituto dove sono nata e che aveva assistito mia mamma durante la gestazione. [poi] ho cercato un affitto per provare da sola. Mi ha aiutata un certo Sergio che aveva una macelleria, là al mare. Presi il negozio sul lungomare perché dovevano costruire un porticciolo e aprire un ponte e questo avrebbe consentito una zona di transito. Nello stesso periodo una mia amica di Igea marina mise su un negozio di accessori barche. Ci doveva essere un accordo tra Milano e il comune di Gatteo: Milano costruiva il porticciolo e dopo 50 anni questo sarebbe divenuto proprietà del Comune di Gatteo. Ma Gatteo non accettò e anziché un porticciolo con un ponte, fu costruito un ponticello. Ho sempre pensato che Gatteo si meritasse una bella costruzione come il ponte dei Sospiri, non la bruttura che hanno fatto. Il turismo era iniziato negli anni '50, tutto era un po' agli inizi.
Come dicevo ho iniziato con poco, il negozio lo avevo in affitto, arredato un po' alla meglio. In seguito l'ho cambiato parecchie volte, fino ad acquistarlo ma non ho mai chiesto mutui o prestiti. Ho sempre avuto paura, ma questo credo abbia a che fare con gli eventi familiari e a come sono stata allevata. Non ho mai fatto il passo più lungo della gamba. Ho sempre fatto con quello che avevo, non ho mai chiesto neppure un fido. Dicevo sempre che i soldi che prendevo non erano i miei ma del negozio, perché l'anno dopo dovevo riaprire e fintanto che la stagione non era nel suo pieno non c'erano guadagni. A fine stagione, e cioè entro ottobre, dovevo fare gli ordini e ad aprile mi arrivavano i capi di abbigliamento della nuova collezione. Avevo le tratte da pagare: a 30, 60 o 90 giorni. Questo significava che già a maggio avevo le prime scadenze di pagamento e ancora la stagione era solo al suo inizio. Se non fossi stata accorta non avrei avuto di che pagare la merce. Sono sempre andata del mio passo e quello che guadagnavo lo reinvestivo. Certo ci sono stati periodi di crisi e periodi molto buoni.
Ho cominciato tenendo in negozio un po' di tutto, con lo spirito di casa, quello della merceria. Nel tempo mi sono specializzata in abbigliamento donna. Mi sono dedicata ai capi di abbigliamento un po' raffinati, non li teneva nessuno. Ho cominciato a frequentare Milano vende moda...Bologna fiere...e ad avere marche esclusive.

Una seicento bianco panna
Con i primi soldi guadagnati ho preso la patente e mi sono comprata un'auto: una seicento di color panna. Spesi ben 200.000 lire. Anche quella volta la risposta della mia famiglia fu che se volevo la macchina me la dovevo prendere da sola. La patente è stata una grande conquista. L'ho presa tardi. I primi tempi, infatti, per andare a lavorare a Gatteo prendevo la corriera. Tutti mi dicevano: “Non hai la patente?! Sei un'oca”.
La mia seicento l'ho poi venduta alla moglie di un signore che lavorava nella ditta che mi teneva la contabilità. Se l'è goduta così tanto! Ma quella seicento l'ho sempre nel cuore.


Ermen nel suo negozio di Gatteo mare


venerdì 16 settembre 2016

MEMORIE DI LAVORO, Ermes Fuzzi e Glauco Mercuriali

Oggi è il turno di Ermes e Glauco
Dall'introduzione di Ermes Fuzzi

[..]Con grande lucidità Glauco ci regala lo spaccato di una vita in larga parte dedicata al lavoro. Garzoni e ragazzi di bottega non si contavano negli anni '50 e già in altri ricordi sono emersi come modello educativo di un certo periodo della nostra storia locale e non solo. Le famiglie, uscite dalla drammatica esperienza della seconda guerra mondiale e spesso reduci da una infanzia segnata dai gravi lutti causati dalla prima, cominciavano ad intravedere un futuro migliore per sé e per i propri figli. La famiglia di Glauco ha radici meldolesi che emergono attraverso una curiosa ma attendibile analisi che il nostro narratore compie partendo dal soprannome di famiglia: “Piruchì”. Fin dalle prime battute si evidenzia un vero e proprio amore per la parola del dialetto che, meglio di tante altre, riesce a cogliere sfumature e aspetti difficilmente traducibili in italiano. Il romagnolo è quindi parte sostanziale e significante della trama che emerge da queste pagine in cui nulla è lasciato al caso.[..]

Brano tratto dalla narrazione di Glauco Mercuriali
"LA VITA VA VISSUTA CON UN SORRISO"
Insavunadeur”
Iniziai a lavorare che avevo 9 anni, come garzone, nel negozio di barbiere di mio zio Divo nell'estate del 1955 tra la terza e la quarta elementare. Ho fatto il garzone ininterrottamente dall'età di nove anni fino ai diciotto tutti i sabati e le domeniche. Per me le vacanze estive erano brevi e si consumavano in una settimana a Riccione da una sorella di mia nonna. Una volta nella stanza in cui tutti dormivamo eravamo in dodici. I materassi erano per terra e avevo la testa vicino ai piedi di un altro bambino, un parente che aveva la mia età. Lui sentiva l'odore dei miei piedi ed io quello dei suoi. Questo per dire come erano le mie vacanze.
Come garzone i miei compiti erano: spazzare la bottega, preparare la carta per la barba e mettere il camice ai clienti che dovevano tagliarsi i capelli. In quegli anni, soprattutto i contadini, non pagavano di volta in volta ma facevano abbonamenti che saldavano a fine mese. E infatti fino ai primi anni '60 mio zio, nel giorno di chiusura del lunedì e soprattutto d'estate, andava a fare i servizi nelle case in campagna. Poi tornava a casa con “quèl cùi scapèva” perché i contadini davano quello che potevano. Allora nel negozio si lavorava ogni sabato fino a mezzanotte e la domenica dalle sette di mattina fino alle tre del pomeriggio. Per me lavorare tutti i sabati e le domeniche durante il periodo scolastico e tutta l'estate, a parte la settimana di Riccione, era un grosso sacrificio. Me ne sono accorto nel tempo che cosa abbia rappresentato per la mia infanzia. Il sabato pomeriggio i miei amici andavano a giocare a pallone e la sera andavano al cinema. La domenica mattina andavano alla messa poi di nuovo a giocare. Io quelle cose non le ho potute fare.
Un altro compito che mi era affidato ogni tanto era quello di spalmare sui capelli la brillantina, quella dura. Mettevi il prodotto sulle mani, lo spalmavi sulla testa del cliente tirando dalla fronte e dalle tempie verso la nuca. La brillantina si staccava dalle mani e si attaccava ai capelli. Era un piastrone! Lavoravo coordinandomi con lo zio come in una piccola catena di montaggio e smontaggio. Quando stava per finire un servizio con un cliente ad un certo punto mi diceva: “Cmènza!” allora io, in un'altra poltroncina, insaponavo un cliente col sapone da barba. Appena ero pronto lo zio arrivava per il taglio ed io mi spostavo nella postazione dove lui aveva terminato e spruzzavo sul viso del cliente un'acqua di colonia diluita e spesso usavo la pietra emostatica sulle parti rasate.
Fra i miei compiti quello principale era di insaponare le barbe ed è per tale motivo che sono stato il più grande “INSAVUNADEUR” che la storia del garzonaggio del dopo guerra abbia mai avuto. Una volta lo zio mi invitò, prima del dovuto, ad insaponare un cliente. Ero giovane e la forza nelle braccia non mi mancava. Quando insaponavi, per fare più schiuma, muovevi il pennello sul mento del cliente in senso rotatorio. Quella volta insaponai più del dovuto ed al momento del cambio mio zio chiese: “Alòra cum vàla?”.
Al ché il cliente, passandosi due indici diritti sulle guance con un movimento dalle orecchie alla bocca, disse: “Questa la scàpa da per sè!”. A forza di sbattere il pennello gli avevo fatto diventare il mento completamente “informicolito”.
Un altro episodio che ricordo è quello di un sabato pomeriggio quando arrivò un autista di piazza che voleva lavarsi i capelli. Allora c'erano gli “chaffeur” conducenti d'auto con noleggio. Lo “chaffeur” doveva essere sempre a posto, ben vestito, pulito e ben pettinato. Si affacciò al negozio e disse: “Divo! Um pèzga la testa! Bsògna tum leva la testa”. Il negozio era pieno di clienti e mio zio gli rispose: “Guèrda! Adès agnèla fàz però se ta t'adèt ut la leva Glauco e a tla sug mè!” e lui di risposta “Sè sé! La va bè!”. Allora la sequenza consisteva in questo: il cliente si metteva seduto sulla poltrona e prono col viso sul lavandino. Gli appoggiavo una ciambella di gomma sulla testa per evitare che l'acqua e il sapone andassero a bagnare o irritare gli occhi. In seguito cominciavo a lavare la testa cercando di fare schiuma. Avevo diciassette anni ed ero nel pieno delle forze e sciacquavo tra una insaponata e un risciacquo. Arrivato al terzo risciacquo, dal profondo del lavandino, si sentì una voce flebile che sussurrava: “Dai dai Glauco ca ciàp e bus!”. A forza di spingerlo si era dovuto alzare dalla sedia ed era finito con la testa vicino al buco dello scarico dentro il lavandino.
Ogni sabato dalle 14.00 alla mezzanotte e la domenica mattina dalle 7.00 fino alle 13.00 e anche alle 14.00 era un continuo lavorare. Di sabato non si aveva nemmeno il tempo per andare a mangiare e chi si sacrificava era sempre mio zio. Si doveva mangiare a turno ma lo zio Divo restava in negozio ininterrottamente ed io andavo a prendere “la ligàza”, il mangiare che preparava mia zia, che si consumava tra un “taj, una berba, un'insavonadura e un bcon”. La domenica era allietata, dopo il sacrificio mattutino, dal pranzo che andavo a consumare in casa della mia zia Alba e per me era “Natale”. Mia zia preparava cappelletti, tortelli, “la mnèstra sòta”, “cunèi e poll”. Io sono stato adottato dai miei zii.
Quando iniziai a frequentare l'Istituto “Comandini” di Cesena aiutavo lo zio il sabato e la domenica sia durante il periodo scolastico sia durante il periodo estivo e mi gratificava con mille lire. Quello era il modo per riconoscermi il sacrificio che stavo facendo.
Mio zio mi stimava e mi voleva molto bene anche se non ha mai voluto insegnarmi il mestiere e mi diceva: “Ascolta Glauco. Me di fiòl annò e quant a smitarò la butèga stu vò la sarà la tua. Mo ant voi insgnèr l'amstìr parchè um spis tu guènta scèv di cliènt”. Questo per mostrarmi il suo affetto e quanto desiderasse per me un avvenire diverso da quello di barbiere.

[..]
In fin dei conti
Alla fine della storia devo dire che sono stato fortunato: primo perché sono ancora veggente, secondo perché il lavoro, soprattutto quello pubblico, mi ha dato la possibilità di crearmi una famiglia e una casa, terzo perché i garzonaggi, alla fin fine, sono stati positivi e mi hanno formato il carattere ed i sacrifici e le privazioni mi hanno aiutato a superare le difficoltà che si sono succedute nel tempo. Il mio carattere è talmente “camaleontico” che se mi siedo su un ramo non sono io che cambio colore ma è il ramo stesso che si adatta. Come dipendente pubblico ho iniziato a lavorate legando il somaro dove voleva il padrone ed ho finito legando il padrone dove voleva il somaro.



mercoledì 14 settembre 2016

MEMORIE DI LAVORO, Loris venturi e don Mauro Petrini

Oggi è il turno di Loris e don Mauro.

Dall'introduzione di Loris Venturi
La narrazione “confessione” traccia il profilo di una personalità volitiva, positiva, alla ricerca di quell’unica sinfonia cui dà piena dignità la copertina del libro dei canti della comunità cristiana meldolese. Questa narrazione è figlia di una scelta di vita e di un ministero sacerdotale nati dall’umiltà di don Mauro e dalla sua indefessa volontà di valorizzare e porre grande attenzione alle vite dei più deboli. Ha mostrato la strada ad altri fedeli ed ha compiuto atti simbolici di grande valore umano quando, per fare un esempio tra i tanti che potrei citare, ha portato sulle vette della Marmolada, o in cima alla Basilica di San Pietro, persone con gravissime problematiche di salute per le quali sembrava impossibile compiere azioni simili.

Brano tratto dalla narrazione di don Mauro Petrini
"UNA SCELTA DI VITA"

Sono don Mauro Petrini, che all’anagrafe risulto Lodovico Petrini, perché mio babbo, quando nacqui il 27 Luglio 1948, si presentò negli uffici comunali e mi dichiarò col nome LODOVICO. Così si chiamava il mio fratellino, nato nel 1943 e morto nel periodo della guerra per complicazioni in seguito a tosse convulsa. Ma al ritorno a casa le mie sorelle di 12, 13 e 15 anni dissentirono: “No! Perché quel nome? Va a finire che muore anche Lui!”. E così fui battezzato col nome di Mauro e sono sempre stato chiamato Mauro. Ma a sei anni, quando andai a scuola in prima elementare, feci la brutta scoperta: sul registro comparivo col nome di Lodovico e così l’insegnante mi chiamò all’appello. Ricordo la mia sorpresa e il divertimento dei miei compagni che allora mi prendevano in giro canzonandomi col detto: “Lodovico, sei dolce come un fico”.

Infanzia povera ma felice
Sono nato e cresciuto in una famiglia numerosa, decimo di undici figli. Ho vissuto la mia infanzia in campagna con lo stretto necessario per vivere: con la coltivazione del piccolo poderino di cui era proprietario, mio babbo ha fatto crescere con dignità tutti i suoi figli. Poi ognuno ha fatto la sua strada e si è incamminato nella vita. Eravamo una famiglia numerosa che viveva in campagna gustando la gioia di una profonda libertà: si giocava insieme tutti, anche coi vicini di casa, ai giochi più innocenti di questo mondo. Ricordo Pum Libero… Sento di aver vissuto un’infanzia molto bella e felice, anche se caratterizzata da una grande ristrettezza economica. Negli anni Cinquanta si tirava ancora la cinghia, soprattutto in una famiglia numerosa, anche se la vita in campagna ha garantito sempre un po’ di pane ed un po’ di companatico; di questo dobbiamo dire grazie al Signore. Si cresceva con l’essenziale e le cose naturali: ci si accontentava e si imparava ad accontentarsi di quel che si poteva godere. L’infanzia e la fanciullezza si sono svolte in questo modo ed hanno influito molto sulla mia formazione.

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La prima scelta
Come primo ambito per il mio servizio sacerdotale chiesi al Vescovo di andare in Germania per assistere gli emigrati italiani, insieme a mio fratello sacerdote don Pier Paolo, che già da dieci anni era missionario per gli emigrati. Ho fatto questa scelta perché già durante le vacanze negli anni precedenti la mia ordinazione sacerdotale ero andato più volte nelle missioni italiane dove operava mio fratello: avevo visto il vasto campo di azione e mi attirava la possibilità di mettere a servizio di questi fratelli più bisognosi le mie giovani energie. Don Pier Paolo aveva la responsabilità della missione italiana di Offenbach, comprendente un vasto territorio popolato da circa 10.000 immigrati italiani nelle immediate vicinanze di Francoforte sul Meno. È stato il mio primo impatto con tutti i problemi che l’emigrazione italiana poneva in quegli anni anche là in Germania: i problemi dell’accoglienza in un Paese straniero, la difficoltà della comunicazione a causa della scarsa conoscenza della lingua tedesca, i problemi del lavoro, dell’abitazione, la riunificazione di tante famiglie, la difficoltà per l’inserimento dei figli nella scuola, ecc… Per il problema scolastico avevamo impostato una scuola bilingue che aiutasse pian piano i bambini, da una parte a non perdere le radici della cultura italiana e dall’altra nella comprensione della lingua e della cultura tedesca, con lo scopo di un graduale e sempre maggiore inserimento nel mondo tedesco. Per un po’ questa soluzione ha ben funzionato; poi pian piano si è superata questa fase e si è operato per un pieno inserimento nella scuola tedesca.

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A mo’ di conclusione, vorrei dire che non è stato facile “confessarsi” in pubblico; tuttavia, spero che queste parole siano descrittive del mio atteggiamento fondamentalmente “positivo”: sono un prete contento della scelta fatta di donare la mia vita al Signore e ai fratelli; so di avere tanti difetti, ma confido nella benevolenza di tutti i cari meldolesi che, sicuramente, vorranno continuare a sostenere il loro parroco nel cammino che, a Dio piacendo, ancora ci sta davanti.


10 Settembre 1972. In occasione della Prima Messa di don Mauro tutta la famiglia si ritrova di nuovo unita: in prima fila, da sinistra: mamma LINA, don MAURO, don PIER PAOLO e papà DOMENICO; in seconda fila, da sinistra: GIULIA, PAOLA, GELINDO e MARIA PIA; in alto, da sinistra: ELIA, TEA, ROBERTO e MATTEO

martedì 13 settembre 2016

MEMORIE DI LAVORO, Maris Senzani Pezzi e Piero Tassinari

Dedichiamo qualche pagina di questo blog ai Biografi Volontari e ai loro narratori cominciando da Maris e Piero.
Piero Tassinari è stato maestro elementare e ora è in pensione.

Dall'introduzione di Maris Senzani Pezzi

[..]Quando penso alla scuola, in un tempo carico di distrazioni e momenti di disturbo come il presente, credo che la vera rivoluzione sia studiare. Mi piacerebbe una scuola che, fino al triennio delle superiori, non si ponesse il problema dello scopo o dell’utilità ma pensasse ad arricchire la mente, il cuore e lo spirito dei ragazzi attraverso le grandi discipline della nostra cultura, quelle che appaiono inutili e portano in altri mondi ma che fanno conoscere se stessi, come la filosofia, letteratura, l’arte, la matematica, la storia e con la psicologia, la sociologia e la logica. La possibilità di perdere un po’ di tempo, imparare a riflettere, ad ascoltare, sapersi fermare di fronte alla natura e alle proprie emozioni per poterle scoprire e riconoscere. Un tempo gratuito senza risultati concreti, utili ma che serve alla nostra crescita emotiva e relazionale. In fondo l’intelligenza è relazione, la capacità di convivere con l’alterità, andare oltre il noi stessi.[..]

Brano tratto dalla narrazione di Piero Tassinari 
"SCUOLA DI VOLO PER PRINCIPIANTI"

La prima volta non si dimentica mai. O no?
Ero alla mia prima esperienza ed è sempre tutto più difficile. Adesso mi sovviene che proprio nella scuola materna e in quella elementare in un primo tempo l’energia dei bambini, la loro carica, spaventavano anche un poco. Cioè il timore poteva essere quello di non riuscire a gestire il gruppo classe perché si potevano creare delle dinamiche e il maestro non ancora esperto nella gestione delle relazioni umane potesse fare degli errori e quindi insomma …. Il peggio del peggio che può succedere ad un insegnante è che gli possa sfuggire di mano la gestione del gruppo dei ragazzi. Se i ragazzi stessi capiscono questo …lo finiscono il maestro! Ricordo quando si incontra per la prima volta una classe e quando si inizia ad essere un insegnante. Devo dire che il cosiddetto primo giorno di scuola, così emozionante per i bambini, soprattutto per quelli che iniziano il percorso della scuola elementare, per me è sempre stato un giorno di grande emotività. Anche quando sono arrivato all’ultimo anno e avevo già la prospettiva dell’andare in pensione, sapevo quindi che quell’anno che avevo iniziato sarebbe stato l’ultimo del mio percorso di lavoro, quasi a maggior ragione, quel primo giorno di scuola, un 13 o 14 settembre, non mi fece dormire, perché ero preso dall’emozione.
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Ricordo che nella Pasqua di quell’anno, scrissi una storia buffa e la proposi ai ragazzi. Era una storia di fantasia, dissi loro che, comunque, sì esistevano gli alberi che producevano invece che le pere le uova di pasqua. E rispetto alla loro sana incredulità dissi: “Se non ci credete io vi porto a vederli. Bisogna saperli riconoscere”. Ho lavorato come un matto per andare ad attaccare le uova in un albero, là, in mezzo alla campagna, che non potessero essere viste. Non solo. A questa strana caccia al tesoro che erano le uova di Pasqua, chiesi di partecipare anche alla mia collega, sempre un po’ riluttante rispetto a queste attività “alternative”. Per cui, sì, alla fine venne anche lei ma aveva un grande punto interrogativo al posto del naso. I bambini, alla vista delle uova appese, sono rimasti immobili, in silenzio, a bocca spalancata. Poi, tutti giù a ridere! Lo stesso anno mi travestii da Babbo Natale e chiesi alla collega se mi teneva i miei bambini per un po’ di tempo e se poi li accompagnava lungo un percorso che io avevo predisposto, tipo caccia al tesoro, per venirmi a cercare. Ahimè fui scoperto da una vecchietta lungo il tragitto, in quella stradella di campagna dove io avevo progettato di passare per poi andarmi a nascondere. Questa vecchietta cominciò ad urlare mescolando parole in dialetto e in italiano “Uh iè babbi natali, uh iè babbi natali, curì,curì che uh iè babbi natali!!!”.

[..]Miti e mete
Io avevo i miei miti. A parte tutti i testi che fanno parte del patrimonio culturale richiesto all’insegnante per potersi proporre come tale, si studiano pedagogisti, psicologi, poi c’erano dei miti che per me erano gli archetipi dell’insegnante. Uno in particolare non lo potrò mai dimenticare perché io cercavo di imitare il suo modo di insegnare. Non so se questo signore sia ancora fra noi. Se esiste il paradiso lui ha un posto d’onore. Questo signore è stato un maestro elementare e uno scrittore, Mario Lodi, che ha scritto tanto, tanti testi che io consideravo il mio Vangelo pedagogico. Erano dei romanzi dedicati alla scuola e anche ai bambini. Uno di questi è “C’è speranza se questo accadde a Vho (Vho di Piadena)”, oppure “Il paese sbagliato”, poi il famoso “Cipì” , scritto per i suoi scolari, che ha venduto non so mai quante copie in tutte le scuole d’Italia. Un libro che raccontava della sua esperienza da quando era bambino fino alle vicende della 2° guerra mondiale, del fascismo, libro che ho continuato a leggere ai ragazzi fino all’ultimo ciclo era il “Il corvo”. Comunque cercavo in tutti i modi di fare scuola alla maniera di Mario Lodi. Ora mi ritorna alla mente anche la “Scuola di Barbiana”, Don Milani, grande personaggio. Quelli erano i miei eroi. E sulla falsa riga del loro modo di organizzare l’istituzione educativa io cercavo di muovermi. E devo dire la verità. Fino alla fine, sono passate le riforme sulla mia testa, va bene, sono cambiati i modelli organizzativi ma io sono rimasto fedele a quel modello.

Il maestro Piero con i suoi alunni