Come
vanno altrove i bambini che attraversano la lettura? E perché
leggono? Domande solo in apparenza semplici, che aprono invece a una
riflessione profonda sul senso educativo del leggere.
Leggere è
un atto di attraversamento: si passa da un’interiorità a un’altra.
Dall’interiorità di chi scrive a quella di chi legge. In questo
passaggio avviene un incontro silenzioso ma potentissimo, uno scambio
di sguardi che non si vedono eppure si riconoscono. Il lettore si
lascia condurre altrove, dentro mondi possibili, emozioni
sconosciute, pensieri che non aveva ancora formulato.
La lettura
apre all’incognito, nel senso che ogni volta che si legge un libro
non c’è nulla di predeterminato. Lo scrittore prende per mano il
lettore e lo guida; quando il lettore individua la strada segnata
dallo scrittore, insieme compiono un atto creativo. È dunque
possibile viaggiare attraverso le pagine di un libro: non con il
corpo, ma con l’immaginazione e con l’esperienza interiore. È un
atto di libertà che consente al lettore di “andare altrove”.

In
questo senso, il momento del book talk (cioè del presentare
e parlare dei libri letti) assume un valore pedagogico rilevante. Che
cosa rappresenta per chi parla di un libro e per chi ascolta? È,
ancora una volta, un incontro di interiorità. Il bambino che
racconta non si limita a riassumere una trama: restituisce ciò che
quel libro ha smosso in lui, ciò che ha riconosciuto, scoperto,
trasformato. E chi ascolta, a sua volta, si apre a quella narrazione
come a un invito.
È così che si può “andare altrove
restando qui”: seduti sulla propria sedia, in una classe, mentre si
ascolta un compagno parlare di un romanzo, di un albo illustrato, di
un silent book o di un fumetto. In quel momento, la lettura diventa
esperienza condivisa, ponte tra vissuti, occasione di risonanza.
“Restare qui” implica la responsabilità di dare voce a un’altra
voce, quella dello scrittore, farsi attraversare dalle parole e
scegliere quelle che si vuole condividere.
Quando questa
esperienza esce dall’aula e approda nello spazio pubblico della
biblioteca, accade qualcosa di ulteriore. I bambini non sono più
soltanto lettori tra pari: diventano veri e propri mediatori
culturali. “La biblioteca parlante” si apre alla comunità e si
trasforma in un luogo di incontro tra scuola e territorio. La parola
dei bambini acquisisce un valore nuovo, più esposto e al tempo
stesso più consapevole.
Non si tratta di un passaggio
improvvisato: i bambini hanno costruito questo evento in tutte le sue
fasi. Hanno ideato e realizzato il volantino per invitare il
pubblico, preparato segnalibri da donare ai partecipanti, scelto con
cura le modalità di presentazione. Durante l’incontro hanno
gestito autonomamente la parola, passandosela l’uno con l’altro,
sostenendosi, ascoltandosi, costruendo insieme il ritmo e il senso
della narrazione. In questo processo si sono rivelati non solo
lettori competenti, ma anche comunicatori efficaci e membri attivi di
una comunità culturale.
C’è qualcosa di profondamente
significativo nell’osservare i bambini avvicinarsi ai compagni per
chiedere in prestito proprio il libro che hanno presentato: attratti
dalla trama, dalle righe lette ad alta voce, dalle motivazioni
personali che hanno reso quel testo speciale. Si soffermano sulle
illustrazioni, sui colori, sulle rime, sugli argomenti vicini al loro
vissuto o sul genere narrativo. In questo gesto semplice si manifesta
una dinamica autentica di educazione alla lettura: un desiderio che
nasce dall’incontro.
L’esperienza de “La biblioteca
parlante”, di cui ho già raccontato nel volume Bambini
autobiografi. Approcci didattici innovativi per la scuola
dell’infanzia e primaria, si conferma così una pratica
didattica capace di avvicinare e appassionare gli alunni ai libri,
rendendoli protagonisti attivi del processo. Non solo lettori, ma
narratori, mediatori, testimoni di un’esperienza. Una comunità che
legge e si racconta, costruendo insieme significati, dentro e fuori
la scuola.
In questo spazio condiviso, la lettura si trasforma
in possibilità: quella di scoprire l’altro, e forse, un poco di
più, anche se stessi.
Astrid Valeck