domenica 5 aprile 2020

Domenica delle palme 2020.




DOMENICA DELLE PALME 2020





Loretta  Buda

Quando, un mese fa presentai  la poesia “9 marzo 2020”, mai avrei immaginato che l’epidemia di allora si sarebbe trasformata in pandemia. In quei giorni c’era un pericolo strisciante che chiedeva prudenza e attenzione; atteggiamenti  che per essere compresi e   interiorizzati  necessitavano i norme e regole precise.  Il virus però è riuscito a superare ogni steccato normativo   sconfinando     da un continente all'altro.
 Oggi 5 Aprile, nonostante le severe misure di restrizione alla libertà di movimento, ci troviamo con gli ospedali strapieni e le chiese vuote, le piazze deserte e i parchi chiusi, gli obitori stracolmi e i cimiteri interdetti, le strade senza auto, gli aeroporti senza viaggiatori …
 L’elenco potrebbe continuare, ma preferisco fermarmi. Oggi, domenica delle palme, la primavera con i suoi profumi e i suoi colori esubera però noi possiamo ammirarla solo dalla finestra nella quale si ritaglia un cielo dall'azzurro sconfinato.
Questo preambolo per dire …. che oggi, in questa domenica di sole, mi manca “quel trascurabile momento di felicità” che sbocciava, ogni anno durante il rito della benedizione delle palme. Ho recuperato una riflessione scritta anni fa, a commento del vangelo di Giovanni   rileggendola mi sono pacificata con le turbolenze emotive di questi giorni, La propongo con profondo senso di umiltà e rispetto per chi non si riconoscerà nella mia proposta.  
   









Gesù entra a Gerusalemme, un ingresso a dorso d’asino, un’umile cavalcatura che lo esibisce come il pacifico re dei semplici. Per lui, i semplici, hanno strappato i rami delle palme, hanno disteso lungo la strada i loro mantelli e lo festeggiano inneggiando al Figlio di Davide. Gli anziani sono nel palazzo dominati da propositi di morte.
Preparate vasi ai davanzali,
stendete da balcone a balcone
ghirlande di glicine e magnolie:
o gente, affacciatevi alle porte,
torno ora dai campi e il corpo
è un fascio solo di profumi.
(…)David M. Turoldo
Gesù procede muto e triste in mezzo alla folla, conosce l’inaffidabilità delle masse acclamanti: la piazza non ha radici. Tutto è predisposto perché la Volontà del Padre si compia. I trent’anni di vita familiare sono trascorsi, i tre di vita pubblica hanno avuto luogo. Gesù guarda la folla indistinta pensa alla sua vita: alla quotidianità domestica, all’odore dei trucioli, al sapore del pesce, alla stanchezza della strada; il suo pensiero svaga dalla pianura, alla montagna, ripercorre le strade di un cammino vissuto.
«E’ bella la terra che tu hai dato all’uomo(…)
Io non sono di questo mondo
Eppure non potevo se non teneramente amarla […]
Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
E’ bella e terribile la terra […]Luzi
Il coronamento di una vita sta per avere luogo, trenta e tre anni per permettere all’albero della croce di prepararsi in durezza. Di anno in anno, nelle paludi i canneti si sono rinnovati, tante canne sono spuntate, ora qualcuno sta scegliendo lo scettro della derisione. Nella macchia i rovi si contendono l’intreccio per la corona. La cena finirà presto. Tutti si alzeranno in fretta con ancora in bocca il gusto del Pane; entreranno con lui nell’ oscurità del giardino: il commiato è in atto.
Sono stasera insieme a voi per dire:
io sono fratello di ogni peggio
che sta in un uomo, dentro di me e in ognuno,
da fratello gemello.
Amo chi d'improvviso si vergogna
butta le mani in faccia
e cosi sconta.Erri De Luca
Anche Giuda è pronto, a labbra serrate trattiene il bacio della consegna. Lacerando il silenzio della notte dell’orto, il gallo canterà non una ma tre volte.
Perfino gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre
erano più pallide e immobili,
l'aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte. David Maria Turoldo

Il cielo si sta preparando, la luna in gramaglie affonda nell’oscurità. Anche Gesù è pronto ma in quella notte flagellata dal vento, dice: «Padre, se è possibile... ».
Tu sei dovunque;
ma dovunque non ti trova.
Ci sono luoghi in cui tu sembri assente
e allora geme perché si sente deserto e abbandonato […]Luzi
E lui stesso teme ciò che dall’eternità sapeva, dall'eternità attendeva il compimento, ed ora lo riconsiderava sotto la cupa volta del cielo. Neppure Pilato riposa; ma ormai tutti, uomini e donne, sono stati convocati, gli attrezzi sono pronti, la piazza si dispone all’evento, le donne sono prossime al pianto.
Maria da tre giorni piangeva.
Piangeva, piangeva.
Come nessuna donna ha mai pianto.
Nessuna donna.
Ecco cosa aveva reso a sua madre. .
Peguy

“Una spada ti trafiggerà l’anima”, lei lo sapeva e da sempre temeva questo tempo di spavento. Lo avevano accolto, il figlio, in un tempo di immense promesse, ora lei è sola in questo tempo concluso.

Era scaduto
il tempo, divorato dallo sputo
che cancellava il figlio conosciuto.(A.Nove)


Ora Gesù ha davanti a sé la salita. E’ difficile tenersi in quel cammino, si vacilla, si cade; smisurata è l’offesa del mondo, pro-vocante e irrinunciabile la volontà del Padre- La via dolorosa si snoda su una montagna scoscesa, Lui barcolla, vacilla, cade tre volte. La creazione ha sospeso il suo respiro, la luce screpola in un cielo stordito con gli angeli esitanti. La folla gli fa ala e rumoreggia.


Camminava sull'acqua, riempiva le reti,
i pescatori lasciavano il mestiere per seguirlo.
A una festa di nozze mancò il vino e provvide,
acqua in vasi di pietra si girava in vino. (Erri De Luca)


L’uomo di Cirene lo solleva dal legno: così vogliono. Deve sbiadire lassù, sulla croce, pallido di freddo deve percorrere il suo martirio fino alla cima.


Padre
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il cammino.

Il buio arriva improvviso e fragoroso. Un cielo in caduta accoglie il suo grido:-Dio mio, Dio mio…. Dopo l’affanno, un respiro arreso, reclina il capo e vede la madre.

Madre, prima che taccia
la sera madre abbracciami. .(A. Nove)

La grande tempesta ora è alle sue spalle, e a poco a poco la notte si riempie di silenzio, non c’è più posto per le parole; il dolore si raddensa in speranza, la pietà si avvolge in dolcezza. Essi assicurano il sepolcro con la pietra. Ora,

c’è una stella nel taglio
orizzontale che unisce
l’ombra alla sua ombra
e la porta è un uovo
di luna, luce bianca
che canta
il libro delle ali. Gianluca Chierici

lunedì 9 marzo 2020

Adesso lo sappiamo quanto è triste stare lontani un metro.





 Adesso lo sappiamo quanto è triste  stare lontani un metro.


 Utilizzo, come titolo di questa brevissima annotazione gli ultimi versi della poesia di   Mariangela Gualtieri:
Nove marzo duemilaventi
Ieri, l’8 marzo, di un anno che sarà ricordato come l’anno del CORONA VIRUS, le mimose esibivano un giallo dimesso; festa delle donne si è svolta sottotono scalzata dall'urgenza dei comunicati stampa. Il presidente Conte con un nuovo comunicato, un’ora fa, ha annunciato alla Nazione la necessità di adottare norme più stringenti per fronteggiare il virus. Sono giorni difficili, confusi, stranianti che ci costringono a pesanti adattamenti; ora , come scrive A. Polito “il dovere civico di ognuno di noi è di dare una mano, di fare la sua parte, di accettare i sacrifici richiesti.”    In questi giorni strani e disagevoli, attraversati da legittime preoccupazioni,   faccio appello alla poesia  per condividere con tutti “ bellezza”  e parole confortanti.



Nove marzo duemilaventi
Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere -
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.
(...)

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

 Mariangela Gualtieri 




domenica 9 febbraio 2020

IL GIORNO DEL RICORDO






Solo dopo poche settimane ci troviamo a ricordare l’altra tragedia che ha attraversato il ‘900.
 Il 27 gennaio, dedicato alla luttuosa memoria   dell’Olocausto patito dagli Ebrei; domani, 10 Febbraio si ricordano i martiri delle Foibe  e gli esuli italiani della Venezia-Giulia, dell’Istria e della Dalmazia. 
 Un altro capitolo buio della nostra storia che meriterebbe una memoria comune e non solo condivisa.
 Scrive, Mattia Feltri su LA STAMPA: <<non si possono separare i buoni dai cattivi solo per il colore di una camicia o il tracciato di un confine>>.  Il dolore non ha colore, come non lo ha l’ efferatezza   che abita  l'  UOMO e che per Mariangela Gualtieri ha un nome: Caino ,  il primo fratricida della storia dell’umanità.  


Guardami 
Io 
con dita di ingegno e di brace
ho appeso al sangue le popolazioni
in navate di gelo
ho spinto rotto e sepolto
gli inermi della terra
ho vinto tante di quelle volte
facilmente ho battuto
ho stretto ho colpito forte
ho atterrito ho acceso
con ira improvvisa
tinto d’un fosco
la primavera di tutti
nel precipizio di un furore senz’argine
impossibile da barricare(...)


                             Mariangela Gualtieri     CAINO, Edizioni Einaudi, collana Teatri  2011


 l.b. 

domenica 26 gennaio 2020

LA MEMORIA RENDE LIBERI





LA MEMORIA RENDE    LIBERI 






Per celebrare la Giornata della Memoria sono molte le storie in libreria che ricordano l’orrore della Shoah; fra le tante ho scelto quella narrata ne “La memoria rende liberi”.[1]  Qui Enrico Mentana, coautore con Liliana Segre, presenta la testimonianza di quest’ultima, una delle poche bambine italiane di origine ebrea sopravvissute ad Auschwitz: oggi Senatrice a vita della Repubblica Italiana.
Nella sua 
presentazione l’autore delinea il contesto socio-politico nel quale la vicenda si svolse e vi colloca  la storia che   Liliana Segre, in prima persona, gli racconta. È la narrazione della    sua vita da quando, a soli otto anni, le leggi razziali sconvolsero la sua esistenza e quella di tante famiglie ebree in Italia. Una   sofferenza che lei, dopo un lungo silenzio, trasforma in parole e azioni.  Per la Segre fare memoria ha significato innescare nuovi processi; ricordare e testimoniare per comprendere, sanare, evitare, e consapevolmente capire che la memoria stessa può rendere liberi.
E’ la storia di una vita spezzata dalla follia e dalla crudeltà delle leggi razziali che si è compiuta nel più assordante silenzio e nell'indifferenza di molti.








…. venne un giorno……


 “Liliana Segre sta per compiere otto anni quando il suo destino cambia per sempre. E una delle migliaia di bambini delle elementari che non rientreranno a scuola, che non rivedranno la loro maestra e i loro compagni, e questo sarà solo il primo anello della catena persecutoria. E alla sua memoria diretta che ci affidiamo di qui in poi per sapere e capire come quelle decisioni cambiarono le vite di tanti esseri umani, e direttamente la sua. Come abbiamo con­diviso, e come è giusto che sia, il suo è un raccon­to in prima persona, una narrazione che non viene spezzata dalle domande, la testimonianza di quel che davvero è successo, fatta da una donna che ha misurato passo dopo passo quella discesa agli inferi, e la racconta con la precisione chirurgica di chi non ha mai smesso di essere cosciente, di guardare, di cercare di capire (…)”[1]



“Non è una storia di uniformi e palandrane, non è una storia di guerra, non è una storia di diversi. Nell'Italia fascista, e non solo in Ita­lia, persecutori e perseguitati erano stati parte della stessa società, vestivano allo stesso modo, e spesso la pensavano allo stesso modo sul regime. Eppure venne un giorno in cui i primi decisero che i secondi non avrebbero più potuto insegnare o imparare, la­vorare o possedere, fare impresa o risparmiare, per via della fede dei loro genitori, anche se persa e non tramandata. Erano semplicemente una stirpe, una discendenza da emarginare. Arrivarono poi diretta­mente, passando da alleati a occupanti, coloro che erano stati gli ispiratori di quella politica di discri­minazione, per trasformarla in annientamento. E in tanti italiani chiusero gli occhi, si voltarono dall'altra parte o aiutarono attivamente: l'orrore vero per me è lì, al primo metro del cammino per i campi.”

Dal lager, Liliana ,  ritornerà sola, orfana, straniera di futuro, tra le macerie di una città, Milano; rientrerà  in un’Italia  dilaniata, ferita, che cerca nel silenzio la difesa  da un passato tragico  e dolorosamente    prossimo  per ricordarlo e parlarne . .


“La quindicenne Liliana scoprì subito che quel che aveva subito non doveva interessare a nessuno, che i suoi tentativi di raccontare si scontravano con un immediato «E non sai quante ne ho passate anch'io», a derubricare l'Olocausto come uno dei tanti guai di guerra. Enorme tragedia, enorme rimozione. E allora anche lei accantonò tutto.”

  Liliana riuscirà a ritrovare la parola per narrare e testimoniare, lo farà quando i suoi figli saranno cresciuti e solo allora, anche loro, come “tutti” lo hanno saputo. 
Lasciandovi alla lettura del libro , concludo con le parole di Enrico Mentana: << Parlare per lei è ancora duro. Ascoltarla per noi è vitale.  >>


Le parti trascritte in corsivo sono tratte dall' introduzione  di Enrico Mentana. 



l.b .



[1] E. Mentana e L. Segre , La memoria rende liberi, Rizzoli Milano , 2015






[1] E. Mentana e L. Segre , La memoria rende liberi, Rizzoli Milano , 2015