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Ci sono luoghi in cui si entra quasi per caso e da cui si esce portandosi dietro una domanda. È quello che ci è accaduto visitando il Museo Ettore Guatelli, a Ozzano Taro (PR). Guatelli, maestro elementare e studioso della cultura materiale, ha raccolto per tutta la vita gli oggetti della quotidianità: attrezzi da lavoro, utensili domestici, contenitori, scarpe, valigie, orologi, giocattoli e moltissime altre cose. Oggetti che, una volta esaurita la loro funzione, avrebbero potuto essere semplicemente gettati via e che invece sono entrati nella sua casa, fino a trasformarla in un luogo difficilmente riconducibile all'idea tradizionale di museo. Pareti intere sono ricoperte di posate, martelli, ruote metalliche, barattoli, scatole. Ogni oggetto trova il proprio posto accanto agli altri, in file, gruppi, successioni e analogie fino a costruire forme geometriche. Quello che potrebbe apparire come un semplice accumulo prende forma, diventa composizione, e finisce per raccontare.
Oggetti
che parlano
L’impressione,
attraversando le stanze, è che siano gli oggetti a parlare. Non uno
alla volta, ma tutti insieme: un coro di voci silenziose e
potentissime. Ogni
cosa porta con sé una domanda: chi l'ha usata? Per fare che cosa?
Quali gesti ha accompagnato? Quale vita quotidiana racconta? Quali
condizioni di vita, quali bisogni, quali ingegni, quali forme di
fatica e di creatività stanno dietro a quell'oggetto? Il museo
racconta così una storia che raramente entra nei grandi libri:
quella delle persone comuni. Forse è proprio qui che l'esperienza di
Guatelli incontra una delle direzioni della nostra ricerca. Da
anni ci occupiamo di storie che raccontano le vite quotidiane, le
memorie personali, le tracce lasciate da chi non ha avuto un posto
nella storia ufficiale. Ci interessa raccoglierle, ascoltarle,
metterle in relazione, perché ciò che appare piccolo e individuale
possa diventare patrimonio condiviso. Questo patrimonio lo custodiamo
nella nostra Mnemoteca “Loris Venturi – Corrado Ghetti” cui è stata
data residenza all’interno della Biblioteca Comunale di Meldola (FC). Sentiamo
il lavoro di Guatelli profondamente vicino al nostro: là dove lui ha
raccolto gli oggetti attraverso cui si potevano leggere vite, gesti e
modi di abitare il mondo, noi raccogliamo parole, racconti e memorie.
È una vicinanza che ci fa pensare alla prospettiva autobiografica di
Duccio Demetrio: il ricordo personale può uscire dalla dimensione
privata e diventare una traccia capace di entrare nella memoria di un
territorio. Dare voce alle persone comuni significa quindi
riconoscere che ogni esistenza può custodire qualcosa che merita di
essere tramandato. Ed è difficile, davanti a questi oggetti, non
pensare a Paolo Jedlowski e alle sue riflessioni sulle storie comuni,
sul bisogno umano di raccontare e sul rapporto fra esperienza, vita
quotidiana e narrazione. Le storie comuni non sono un elemento
marginale per comprendere la società: attraverso di esse possiamo
avvicinarci ai modi in cui le persone danno significato alla propria
esperienza e al proprio stare nel mondo.
Prezioso
o da buttare?
Guatelli
fa qualcosa di analogo con le cose. Non
raccoglie ciò che è prezioso perché già riconosciuto come tale.
Raccoglie ciò che rischia di essere buttato via. E così facendo ci
costringe a cambiare lo sguardo: ciò che sembrava umile può
diventare prezioso; ciò che sembrava insignificante può diventare
testimonianza. L’intero percorso del museo è particolarmente
suggestivo: gli oggetti costruiti, adattati, riutilizzati,
trasformati a partire da materiali poveri e di uso quotidiano
raccontano una sorta di preistoria dell’ingegno e della creatività;
sono testimonianze di un’intelligenza pratica capace di trovare
soluzioni, reinventare funzioni e dare nuova vita alle cose.
Osservando quanto è qui salvato viene da chiedersi che cosa
significhi davvero conservare una memoria. Guatelli
ha raccolto moltissimo. Forse troppo, per lo sguardo di chi non
riusciva ancora a vedere ciò che lui vedeva. La sua è stata una
visione ostinata e, probabilmente, per molto tempo difficile da
comprendere. Oggi è proprio l'insieme della casa, con le sue pareti
invase, i soffitti, i pavimenti e le infinite composizioni, a
restituirci la dimensione di quella visione. La storia ci
riconsegna spesso persone che per tutta la vita sembrano avere uno
sguardo originale e che, solo dopo la loro
morte, vengono riconosciute come visionarie. Forse
a volte è proprio quel “troppo” di pensiero, quella fedeltà
quasi esclusiva alla propria visione, a renderle difficili da
comprendere.
Il quadro è visibile solo alla fine
Eppure,
guardando oggi la casa di Guatelli, viene da pensare che forse solo
alla fine di un'opera possiamo comprendere davvero che cosa era
necessario conservare e che cosa avrebbe potuto essere lasciato
andare. Anche
raccontare la propria vita significa, in fondo, scegliere: decidere che cosa trattenere, che cosa lasciare
sullo sfondo, quali esperienze affidare alla memoria e agli altri
come possibile eredità. È anche attraverso queste scelte che una
vita prende forma nel racconto. Ma
se vogliamo raccontare non soltanto una vita, bensì la vita di una
comunità, di una generazione, di uno strato della società, quali
scelte possiamo fare? Che
cosa rischiamo di lasciare fuori? E
soprattutto: a
scapito di chi?
La domanda che portiamo con noi
Usciti dal Museo Guatelli, è forse questa la domanda che portiamo con noi: se la storia, quella grande e quella piccola non è fatta soltanto di
persone celebri, avvenimenti importanti e oggetti preziosi, che cosa accade quando cominciamo a cercare ciò che normalmente non viene conservato? È
fatta anche di mani, gesti, oggetti consumati, riparazioni,
invenzioni, ricordi. Di cose comuni. Di storie comuni.
Forse proprio per questo, di cose e di storie che meritano di essere
cercate, ascoltate e raccontate.
Per approfondire: https://museoguatelli.it/
* l'immagine all'inizio del post riporta una frase di Ettore Guatelli presa dalla brochure del Museo







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