giovedì 8 ottobre 2026

Scrivere di sé per scoprire chi siamo… Al di là dei giudizi - oltre gli stereotipi

Anghiari è il mio posto dell’anima, da anni la frequento e dalla sua nascita conosco e seguo la LUA che mi ha dato la possibilità di formarmi, crescere sul piano personale, intrecciare relazioni significative. 
È in questo contesto che ho conosciuto Astrid Valeck ed Ermes Fuzzi ideatori e fondatori dell’associazione parolefatteamano APS: ne è nata un’amicizia che si è anche tradotta in opportunità di lavorare insieme in più di un progetto. Voglio qui soffermarmi su uno in particolare dal titolo "Insieme alla scoperta del genere". Rivolto alle scuole secondarie di 2° grado e coordinato da Primula Lucarelli (con cui da tempo collaboro) per la Provincia di Rimini, era incentrato su tematiche legate a pregiudizi e stereotipi, in particolare quelli riferiti al genere. Io e Astrid abbiamo strutturato ed elaborato assieme contenuti e metodi dei laboratori di scrittura autobiografica che abbiamo poi applicato separatamente, adattandoli alla diversa configurazione delle classi che ci sono state assegnate. Confrontarsi durante le fasi di programmazione e dell’applicazione di quanto avevamo ipotizzato è stata un’esperienza davvero felice e significativa, sia sul piano personale che rispetto ai risultati ottenuti. In particolare, il mio lavoro si è concretizzato in due classi seconde (sei incontri di due ore in ognuna) di Scuola Secondaria di Secondo Grado di Rimini: la 2 R del Liceo artistico Serpieri e 2 la 2 C dell’Istituto professionale Einaudi. Prima di “calarmi” nel percorso effettuato vorrei riportare alcuni dati interessanti e allo stesso allarmanti, scaturiti dai primi risultati del progetto MIB, condotto su oltre 3.000 quattordicenni romani: nel 2025 il 62,3% dei partecipanti presentava un’adesione medio-alta a stereotipi e preconcetti di genere, un fenomeno che riguardava anche le ragazze. Una realtà su cui innanzitutto riflettere, ma che mi induce anche a ribadire l’importanza di creare dentro la scuola momenti e spazi di libera espressione e di dialogo. In questo la scrittura autobiografica rappresenta senza dubbio un prezioso supporto. “Fare autobiografia” significa infatti partecipare in prima persona alla scrittura di sé; significa sperimentare momenti individuali di emancipazione personale.
Il nostro è un tempo complesso colmo di fatti ed eventi che rischiano di farci distanziare da noi stessi e dagli altri. Da qui l’esigenza di contrastare il rischio dell’oblio, della dimenticanza e della perdita della storia che ci ha preceduto, ma allo stesso tempo quella di far capire che il destino dell’uomo e della donna è quello di essere un colloquio, che noi siamo un colloquio. 
Attraverso i dispositivi messi a punto, ho portato la riflessione su chi siamo e come ci mettiamo in relazione con gli altri, su cosa ci rende simili pur nella diversità che ciascuno di noi rappresenta e sugli stereotipi di genere: scoprire e decostruire i propri (spesso inconsci) preconcetti, i propri pregiudizi, è la condizione preliminare per metterli in discussione. E i ragazzi e le ragazze hanno risposto, seppure per alcuni/e non fosse semplice, in modo talora commovente e inaspettato anche per loro stessi/e. La scrittura, i momenti di confronto guidato, hanno infatti dato loro l’opportunità di soffermarsi su alcuni passaggi e circostanze significative della propria esperienza, di ragionare su come si formano pensieri, atteggiamenti, comportamenti e di riconoscere anche le influenze che si portano dietro. Le considerazioni emerse sono state sempre condivise all’interno della classe e discusse in modo collettivo. Mai un commento 0 un giudizio sul singolo studente o studentessa. Anzi, ogni storia letta ad alta voce ha permesso di demolire le barriere del pregiudizio, trasformando il compagno o la compagna di banco da semplice conoscente a persona con un vissuto unico e meritevole di riguardo. Anche per il docente e la docente di lettere che hanno seguito tutto il percorso il bilancio è stato positivo. Hanno infatti sottolineato due aspetti importanti emersi:

- aver goduto della possibilità di osservare la classe sotto una luce diversa;
- il fatto che studenti e studentesse, oltre ad aver acquisito una maggiore confidenza con la parola scritta, abbiano maturato una capacità di ascolto e un rispetto reciproco che raramente si riescono a trasmettere attraverso la didattica frontale. E abbiano scoperto che, nonostante le differenze, molti dei loro timori e delle loro speranze si somigliano.

Lidia Gualtiero

venerdì 25 settembre 2026

LE COSE COMUNI RACCONTANO. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro

Una frase di Ettore Guatelli, dalla brochure del Museo.

 Usciti dal museo, era questa frase di Ettore Guatelli a continuare a risuonarci dentro.

Ci sono luoghi in cui si entra quasi per caso e da cui si esce portandosi dietro una domanda. È quello che ci è accaduto visitando il Museo Ettore Guatelli, a Ozzano Taro (PR). Guatelli, maestro elementare e studioso della cultura materiale, ha raccolto per tutta la vita gli oggetti della quotidianità: attrezzi da lavoro, utensili domestici, contenitori, scarpe, valigie, orologi, giocattoli e moltissime altre cose. Oggetti che, una volta esaurita la loro funzione, avrebbero potuto essere semplicemente gettati via e che invece sono entrati nella sua casa, fino a trasformarla in un luogo difficilmente riconducibile all'idea tradizionale di museo. Pareti intere sono ricoperte di posate, martelli, ruote metalliche, barattoli, scatole. Ogni oggetto trova il proprio posto accanto agli altri, in file, gruppi, successioni e analogie fino a costruire forme geometriche. Quello che potrebbe apparire come un semplice accumulo prende forma, diventa composizione, e finisce per raccontare.

Oggetti che parlano
L’impressione, attraversando le stanze, è che siano gli oggetti a parlare. Non uno alla volta, ma tutti insieme: un coro di voci silenziose e potentissime. Ogni cosa porta con sé una domanda: chi l'ha usata? Per fare che cosa? Quali gesti ha accompagnato? Quale vita quotidiana racconta? Quali condizioni di vita, quali bisogni, quali ingegni, quali forme di fatica e di creatività stanno dietro a quell'oggetto? Il museo racconta così una storia che raramente entra nei grandi libri: quella delle persone comuni. Forse è proprio qui che l'esperienza di Guatelli incontra una delle direzioni della nostra ricerca. Da anni ci occupiamo di storie che raccontano le vite quotidiane, le memorie personali, le tracce lasciate da chi non ha avuto un posto nella storia ufficiale. Ci interessa raccoglierle, ascoltarle, metterle in relazione, perché ciò che appare piccolo e individuale possa diventare patrimonio condiviso. Questo patrimonio lo custodiamo nella nostra Mnemoteca “Loris Venturi – Corrado Ghetti” cui è stata data residenza all’interno della Biblioteca Comunale di Meldola (FC). Sentiamo il lavoro di Guatelli profondamente vicino al nostro: là dove lui ha raccolto gli oggetti attraverso cui si potevano leggere vite, gesti e modi di abitare il mondo, noi raccogliamo parole, racconti e memorie. È una vicinanza che ci fa pensare alla prospettiva autobiografica di Duccio Demetrio: il ricordo personale può uscire dalla dimensione privata e diventare una traccia capace di entrare nella memoria di un territorio. Dare voce alle persone comuni significa quindi riconoscere che ogni esistenza può custodire qualcosa che merita di essere tramandato. Ed è difficile, davanti a questi oggetti, non pensare a Paolo Jedlowski e alle sue riflessioni sulle storie comuni, sul bisogno umano di raccontare e sul rapporto fra esperienza, vita quotidiana e narrazione. Le storie comuni non sono un elemento marginale per comprendere la società: attraverso di esse possiamo avvicinarci ai modi in cui le persone danno significato alla propria esperienza e al proprio stare nel mondo.

Prezioso o da buttare?
Guatelli fa qualcosa di analogo con le cose. Non raccoglie ciò che è prezioso perché già riconosciuto come tale. Raccoglie ciò che rischia di essere buttato via. E così facendo ci costringe a cambiare lo sguardo: ciò che sembrava umile può diventare prezioso; ciò che sembrava insignificante può diventare testimonianza. L’intero percorso del museo è particolarmente suggestivo: gli oggetti costruiti, adattati, riutilizzati, trasformati a partire da materiali poveri e di uso quotidiano raccontano una sorta di preistoria dell’ingegno e della creatività; sono testimonianze di un’intelligenza pratica capace di trovare soluzioni, reinventare funzioni e dare nuova vita alle cose. Osservando quanto è qui salvato viene da chiedersi che cosa significhi davvero conservare una memoria. Guatelli ha raccolto moltissimo. Forse troppo, per lo sguardo di chi non riusciva ancora a vedere ciò che lui vedeva. La sua è stata una visione ostinata e, probabilmente, per molto tempo difficile da comprendere. Oggi è proprio l'insieme della casa, con le sue pareti invase, i soffitti, i pavimenti e le infinite composizioni, a restituirci la dimensione di quella visione. La storia ci riconsegna spesso persone che per tutta la vita sembrano avere uno sguardo originale e che, solo dopo la loro morte, vengono riconosciute come visionarie. Forse a volte è proprio quel “troppo” di pensiero, quella fedeltà quasi esclusiva alla propria visione, a renderle difficili da comprendere. 


Il quadro è visibile solo alla fine
Eppure, guardando oggi la casa di Guatelli, viene da pensare che forse solo alla fine di un'opera possiamo comprendere davvero che cosa era necessario conservare e che cosa avrebbe potuto essere lasciato andare. Anche raccontare la propria vita significa, in fondo, scegliere: decidere che cosa trattenere, che cosa lasciare sullo sfondo, quali esperienze affidare alla memoria e agli altri come possibile eredità. È anche attraverso queste scelte che una vita prende forma nel racconto. Ma se vogliamo raccontare non soltanto una vita, bensì la vita di una comunità, di una generazione, di uno strato della società, quali scelte possiamo fare? Che cosa rischiamo di lasciare fuori? E soprattutto: a scapito di chi?

La domanda che portiamo con noi
Usciti dal Museo Guatelli, è forse questa la domanda che portiamo con noi: se la storia, quella grande e quella piccola non è fatta soltanto di persone celebri, avvenimenti importanti e oggetti preziosi, che cosa accade quando cominciamo a cercare ciò che normalmente non viene conservato? È fatta anche di mani, gesti, oggetti consumati, riparazioni, invenzioni, ricordi. Di cose comuni. Di storie comuni. Forse proprio per questo, di cose e di storie che meritano di essere cercate, ascoltate e raccontate.


Ermes Fuzzi & Astrid Valeck

Per approfondire: https://museoguatelli.it/

* l'immagine all'inizio del post riporta una frase di Ettore Guatelli presa dalla brochure del Museo


 





giovedì 17 settembre 2026

L'autobiografia comincia quando incontriamo uno sconosciuto

C'è un verso scritto da alunni di quarta primaria che continua a tornarmi in mente. È il ritornello di una poesia collettiva nata da un laboratorio autobiografico dedicato al corpo che cresce. 
C'è un estraneo nel mio corpo.
Non hanno scritto: sto crescendo. Non hanno scritto: il mio corpo cambia. Hanno scelto la parola estraneo. È una parola significativa, perché racconta esattamente ciò che accade quando si cresce.
Il corpo cambia prima ancora che impariamo a comprenderlo. Arrivano emozioni nuove, fami improvvise, lacrime senza un motivo evidente, sonni profondissimi, brufoli, cicatrici, paure, desideri. Tutto sembra appartenere a qualcun altro. Come se dentro di noi fosse arrivato un ospite inatteso.
Forse l'autobiografia nasce proprio qui. Quando troviamo parole per avvicinare ciò che ancora ci appare sconosciuto.
Spesso siamo convinti che raccontarsi significhi ricordare. Credo, invece, che raccontarsi significhi soprattutto riconoscere. Riconoscere una sensazione, un cambiamento, un'emozione, un limite, una trasformazione e accorgersi che qualcun altro, ascoltandoci, dice semplicemente: "Succede anche a me." È in quell'istante che il racconto di sé cessa di essere soltanto personale e diviene occasione di risonanza. Duccio Demetrio ci ha insegnato che l'autobiografia è sempre relazione: chi scrive incontra se stesso, ma incontra anche l'altro, perché ogni storia trova senso nello sguardo che la accoglie. Con i bambini questo accade in modo sorprendente. Un ricordo ne richiama un altro, una parola suggerisce un'immagine, un’immagine apre una nuova memoria. Così, lentamente, ciò che sembrava appartenere a uno soltanto diventa patrimonio del gruppo.
La poesia nata in classe non è la somma di tante autobiografie, ma il luogo in cui le autobiografie si incontrano fino a diventare una voce corale. Le strofe appartengono a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Ognuno riconosce un frammento di sé, ma quel frammento vive ormai dentro una storia condivisa. Ed è forse questo uno dei doni più preziosi dell'autobiografia a scuola. Aiutare i bambini a scoprire che ciò che inizialmente percepiscono come estraneo può essere accolto, raccontato e infine abitato.
Perché crescere significa anche questo. Imparare che quello sconosciuto, un giorno, smetterà di esserlo. E diventerà semplicemente il nostro modo di essere nel mondo.
Dopo aver attraversato fame, paura, cicatrici, lacrime, sonno, brufoli, crescita e trasformazioni, la poesia si chiude con un verso che amplifica e fa da cassa di risonanza al primo: “[..] non lo conosco, ma io sono un supereroe per la mia vita”. 
È un finale potente, perché non dice: "Adesso lo conosco." Dice di quel corpo, il proprio corpo: "Non lo conosco." L'estraneità rimane, ciò che cambia è la posizione del bambino che non ha più paura dell'ignoto, ma accetta di attraversarlo. Questo, a mio avviso, è uno dei significati più profondi dell'autobiografia: non eliminare l'incertezza, ma renderla abitabile.
Astrid Valeck
**Scuola primaria "R. Follereau" - IC n°8 "Camelia Matatia" Forlì

martedì 8 settembre 2026

PAROLEFATTEAMANO PER GLI ADOLESCENTI. Laboratori di arte e autobiografia a cura di Laura Fuzzi e Astrid Valeck


Quest’anno, come associazione, abbiamo lavorato molto con gli adolescenti, abitando sia le aule delle scuole sia contesti meno formali. Il percorso di cui voglio raccontarvi è nato proprio in uno di questi spazi altri: la biblioteca comunale, al termine delle lezioni scolastiche, all’interno del progetto "Nel segno di una storia – Laboratorio artistico autobiografico".

Quando si progetta per questa fascia d'età, c'è una domanda che noi educatori e pedagogisti dobbiamo avere il coraggio di porci: Cosa porta un gruppo di preadolescenti e adolescenti a ritornare con costanza per l'intero percorso?
Sappiamo bene che l’adolescenza è un periodo della vita non semplice, in cui la narrazione di sé – sia essa parlata o scritta – spesso si blocca bruscamente davanti al timore del giudizio dei pari. Eppure, in questo percorso, queste ragazze e questi ragazzi hanno partecipato con una continuità e una convinzione disarmanti. Lo hanno fatto nonostante un tempo atmosferico inclemente, con un caldo estivo al limite della sopportazione; lo hanno fatto nonostante la tanta scrittura proposta, l'eterogeneità dovuta all'età e l'essere un gruppo misto di maschi e femmine. E, soprattutto, lo hanno fatto nonostante l'uso delle pratiche artistiche che, solitamente, genera una distanza immediata dettata dal timore del "non sono capace". Dov'è, allora, la chiave di questo ritorno spontaneo?


La materia come soglia: superare il "non sono capace"

La prima risposta sta probabilmente nel come abbiamo proposto l'incontro tra arte e scrittura. Quando la parola si blocca, la materia offre una via d'uscita. Proporre tecniche originali e accessibili come la cianotipia, la scrittura epistolare illustrata o la rilegatura artigianale di un diario di viaggio non è stata una scelta puramente estetica, ma una precisa strategia metariflessiva.
Il fare manuale sposta l'asse dell'attenzione: mentre le mani sono impegnate a stratificare carte e trasparenze, le difese razionali si allentano. Non c'è la pressione della performance artistica né la ricerca di quella perfezione estetica a cui i social media spesso li costringono — dove ogni immagine, pensiero o vissuto deve essere "filtrato" e curato per ottenere l'approvazione degli altri. Al contrario, il laboratorio ha proposto una logica opposta.
Nella cianotipia o nella rilegatura artigianale, la macchia di colore, la sbavatura o il foglio tagliato leggermente storto non sono errori da eliminare, ma tracce uniche del proprio passaggio. L'errore diventa parte del processo educativo. Sperimentare che la propria storia può prendere forma attraverso un oggetto tangibile permette ai ragazzi di guardarsi da fuori, scoprendo che quel "non sono capace" era solo una postura di difesa, subito scardinata dalla meraviglia del vedere il proprio mondo interiore impresso su carta.


Uno spazio protetto dal giudizio
Il secondo elemento invisibile ma potente è stata la costruzione del clima di gruppo. In un'età in cui lo sguardo dell'altro può ferire, il laboratorio si è strutturato come un'oasi non giudicante. L'alternanza metodologica tra il momento intimo della scrittura di sé, lo stimolo creativo e la successiva condivisione ha permesso a ciascuno di regolare la propria distanza emotiva.
I ragazzi sono tornati perché hanno trovato un luogo in cui essere autentici. La frammentazione tipica del vissuto adolescenziale ha trovato una ricomposizione negli elaborati finali: biglietti e diari densi di cura, originalità e forte espressività personale. Vedere la propria storia accolta dai compagni ha trasformato la fatica dello scrivere in un bisogno di esserci.


La restituzione: dal laboratorio alla comunità
L'atto finale di questo percorso ha svelato la valenza più profonda della metodologia autobiografica: la cura del legame. Gli elaborati non sono rimasti custoditi nel segreto delle borse, ma sono diventati una mostra partecipata e aperta alle famiglie presso la Biblioteca "Plebino Battanini" di Castrocaro Terme e Terra del Sole.
Donare parte delle proprie opere alla biblioteca affinché continuino a parlare ai lettori futuri significa compiere un atto di cittadinanza poetica. Il messaggio pedagogico forte che resta ai ragazzi è: la tua storia ha valore, è un dono per la comunità, merita di occupare uno spazio pubblico. È questa circolarità, questa dignità data al loro vissuto, che trasforma un semplice laboratorio in un'esperienza di crescita e benessere che i ragazzi scelgono, incontro dopo incontro, di abitare.

Il progetto "Nel Segno di una Storia" è stato promosso dall'Associazione Parolefatteamano APS e realizzato grazie a un bando promosso dal Comune di Forlì, in collaborazione con il Centro per le Famiglie della Romagna Forlivese. Il percorso è stato ideato e condotto dall'artista Laura Fuzzi e dalla pedagogista Astrid Valeck, con il prezioso supporto di una tirocinante del Corso di Laurea in Pedagogia, confermando il valore della sinergia tra istituzioni culturali, amministrazioni e terzo settore nel sostenere la comunità educante.





domenica 30 agosto 2026

PAROLEFATTEAMANO NELLE SCUOLE SECONDARIE DI 2° GRADO. La nostra formatrice Astrid Valeck ha condotto i laboratori dal titolo "Insieme alla scoperta del genere"

Si riporta di seguito il contributo di Primula Lucarelli coordinatrice del progetto.

"Insieme alla scoperta del genere" è il progetto che la Provincia di Rimini offre alle scuole secondarie di 2° grado per avvicinare i ragazzi alla conoscenza dei pregiudizi e degli stereotipi utilizzati in ogni contesto per "legittimare" la diversità  di opportunità che maschi e femmine incontrano nel loro percorso di vita. Le differenze esistono e sono le benvenute fino a quando non si trasformano in diversità nell'accesso alla formazione, alle professioni, alle opportunità di carriera, alle retribuzioni, alle libertà individuali. Per aiutare ragazzi e ragazze di 15 anni, frequentanti 2 classi del Liceo linguistico e Economico sociale G. Masina, a riconoscere in modo delicato i condizionamenti culturali che orientato il loro cammino, abbiamo fatto ricorso alla scrittura autobiografica, attraverso un laboratorio condotto da Astrid Valeck. Gli incontri, 6 in ciascuna classe, sono stati straordinariamente partecipati: i ragazzi hanno accolto le sollecitazioni, hanno scritto, hanno condiviso i loro pensieri; nel confronto libero dal giudizio, hanno compreso le diverse esperienze. E questo scrivere di sé e condividere, ha regalato loro una più profonda reciproca conoscenza. Sono stati raccolti i frutti desiderati: maggiore consapevolezza del carattere culturale di ciò che definiamo "genere"; una più autentica conoscenza dei compagni, presupposto di un positivo clima di classe; una sollecitazione a continuare a scrivere di sé come strumento di riflessione personale. Il percorso, collocato all'interno del curriculum di educazione civica, è stato progettato insieme all'insegnante di lettere, così da perseguire contestualmente anche i risultati di apprendimento di quella disciplina.      


mercoledì 19 agosto 2026

L'AUTOBIOGRAFIA COME ESERCIZIO DI COMUNITÀ. Dare voce ai vissuti, custodire la memoria e trasformare un'esperienza condivisa in una storia che continua a educare.

C'è una domanda che attraversa ogni esperienza autobiografica, anche quando non ce ne accorgiamo: Che cosa resterà di quello che abbiamo vissuto?
Non è una domanda che riguarda solo gli adulti. Anche i bambini, se messi nelle condizioni di farlo, cercano continuamente modi per lasciare una traccia di sé. In un recente laboratorio realizzato al termine delle lezioni scolastiche all'interno del progetto europeo HE ALPHABETICA, un'esperienza nata come risposta educativa a un atto di vandalismo ha trasformato un muro imbrattato in un murales collettivo. Osservando il percorso da vicino, ci si accorge però che il vero cambiamento non è avvenuto sul muro. È avvenuto nei bambini.

Dare voce ai vissuti

L'autobiografia non comincia quando si scrive la propria storia. Comincia molto prima. Comincia quando qualcuno ci chiede: "Come vorresti che fosse la tua scuola?". Da questa domanda sono nate parole semplici e profondissime: empatia, gioia, amicizia, pace, altruismo... Parole che non sono state imposte dagli adulti, ma riconosciute dai bambini come parte della loro esperienza. Ogni percorso autobiografico nasce così: dall'ascolto di ciò che già abita la persona.

Le parole costruiscono identità

Successivamente altre due parole hanno accompagnato il gruppo: condivisione e collaborazione. Nell'autobiografia siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa di individuale. Eppure ogni storia personale nasce sempre dentro una relazione. Ci raccontiamo perché qualcuno ascolta. Ci riconosciamo perché qualcuno ci restituisce un'immagine di noi. Per questo l'autobiografia è anche un esercizio di comunità. Le parole che scegliamo per descrivere il nostro mondo finiscono lentamente per descrivere anche noi stessi.

La memoria ha bisogno di una forma 

Il murales resterà sulla parete della scuola. Ma accanto a quella memoria pubblica ne è stata costruita una più silenziosa. Ogni bambino ha ricevuto un fascicolo personale che raccoglie fotografie, elaborati, fumetti, appunti e frammenti del percorso. Nell'autobiografia sappiamo bene che conservare non significa accumulare. Significa attribuire valore. Quando raccogliamo le tracce di un'esperienza diciamo, implicitamente: questo è successo davvero, e merita di essere ricordato. 

Dalla traccia esterna alla traccia interiore 

Il muro racconta una storia collettiva. Il fascicolo custodisce una storia personale. Le due dimensioni non sono in contraddizione. Si completano. Ogni esperienza educativa lascia sempre due tracce: una visibile, che il territorio può osservare, e una invisibile, che continua a vivere dentro chi l'ha attraversata. Forse è proprio questo il contributo più prezioso che l'autobiografia può offrire alla scuola. Ricordarci che ogni laboratorio, ogni disegno, ogni passeggiata nel bosco, ogni parola condivisa acquista significato quando diventa parte della storia di chi l'ha vissuta. Perché educare non significa soltanto insegnare qualcosa. Significa aiutare ciascuno a riconoscere la propria storia, a custodirla e, un giorno, a poterla raccontare.

Il contesto del progetto 

La riflessione nasce da un percorso realizzato nell'ambito del Programma PN/FSE+ – Modulo ESO4.6.A4.A-FSEPNEM-2025-656, svoltosi a partire dall'8 giugno 2026, a conclusione dell'anno scolastico, nella scuola Primaria "R. Follereau" di Forlì. L'attività è stata scientificamente integrata nel progetto europeo HE ALPHABETICA (Funded by the European Union, Grant Agreement n. 101177819), iniziativa internazionale che coinvolge dodici azioni pilota in otto Paesi europei con l'obiettivo di garantire l'accesso all'arte e all'educazione artistica a bambini a rischio di povertà o esclusione sociale attraverso percorsi partecipativi e inclusivi.
Il laboratorio è stato condotto dall'artista Laura Trallalaura Fuzzi e dall'insegnante della scuola Astrid Valeck, formatrice in metodologie autobiografiche, in collaborazione con la prof. Greta Zanoni del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell'Università di Bologna.

giovedì 6 agosto 2026

La scrittura autobiografica come strumento di crescita personale e didattica nella scuola secondaria di primo grado

L'esperienza* di scrittura autobiografica è stata realizzata in una classe prima della scuola secondaria di primo grado con la finalità di favorire la conoscenza di sé, la costruzione dell'identità personale e il consolidamento delle competenze linguistiche. L'ingresso nella scuola secondaria rappresenta un momento significativo nel percorso evolutivo degli studenti, caratterizzato da cambiamenti cognitivi, emotivi e relazionali. In tale contesto, la narrazione autobiografica assume un importante valore educativo poiché permette agli alunni di riflettere sulla propria storia, attribuire significato alle esperienze vissute e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé.

Il percorso è stato introdotto attraverso attività di brainstorming e conversazioni guidate, volte a stimolare il recupero dei ricordi, delle emozioni e delle esperienze più significative. Successivamente, gli studenti hanno elaborato un testo autobiografico nel quale raccontare aspetti della propria vita, della famiglia, degli interessi personali, delle aspettative nei confronti della nuova scuola e dei propri progetti futuri. La fase di scrittura è stata accompagnata da una progettazione del testo mediante mappe concettuali e schemi, per favorire l'organizzazione logica delle idee e la pianificazione della produzione scritta.
Dal punto di vista didattico, l'attività ha consentito di sviluppare competenze relative alla produzione di testi narrativi, all'uso consapevole del lessico, alla coesione e alla coerenza testuale, nonché alla revisione e all'autocorrezione del proprio elaborato. La rilettura individuale e il confronto tra pari hanno favorito processi metacognitivi, stimolando gli alunni a riflettere sulle proprie strategie di scrittura e sul miglioramento dei propri apprendimenti.
Sul piano pedagogico, la scrittura autobiografica si configura come una pratica educativa capace di promuovere l'identità narrativa, concetto sviluppato da Jerome Bruner, secondo il quale l'individuo costruisce la propria identità attraverso il racconto delle esperienze vissute. Allo stesso tempo, come evidenziato da Duccio Demetrio, la scrittura autobiografica rappresenta uno strumento privilegiato di autoformazione, poiché consente di rileggere la propria storia personale, attribuire nuovi significati agli eventi e sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio percorso di crescita.
L'attività ha inoltre favorito la creazione di un clima di classe inclusivo e collaborativo. La condivisione volontaria degli elaborati ha promosso l'ascolto attivo, il rispetto reciproco e l'empatia, contribuendo alla costruzione di relazioni positive tra compagni. Ogni studente ha avuto la possibilità di esprimere la propria unicità, sentendosi accolto e valorizzato all'interno del gruppo.
Il percorso risulta coerente con le Indicazioni Nazionali per il curricolo, che attribuiscono alla lingua italiana un ruolo centrale nella costruzione dell'identità personale, nello sviluppo del pensiero riflessivo e nella partecipazione alla vita sociale. Attraverso la scrittura autobiografica gli alunni non solo acquisiscono competenze linguistiche e comunicative, ma sviluppano anche competenze personali, sociali e di cittadinanza, imparando a conoscere sé stessi, a comprendere gli altri e a comunicare in modo autentico e consapevole. 
L'esperienza ha confermato come la scrittura autobiografica rappresenti una metodologia didattica altamente formativa, capace di integrare gli apprendimenti disciplinari con la dimensione educativa della persona. Essa favorisce lo sviluppo delle competenze espressive, della riflessione critica, della metacognizione e dell'educazione emotiva, contribuendo alla formazione integrale dello studente e alla costruzione di una comunità scolastica fondata sul dialogo, sul rispetto e sulla valorizzazione delle differenze.

Enrica Malerba

* Classe 1A Scuola secondaria di primo grado C. Sforza - Ic1 Forlì


lunedì 27 luglio 2026

Progetto A.G.E.S. - Anziani e Giovani per l’Educazione e lo Scambio Programma Formativo Laboratorio Narrazione biografica e autobiografica “Dall’individuale al sociale, dalla memoria del passato al qui ed ora”


Tra ottobre 2025 e aprile 2026, in accordo con l’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore “Tonino Guerra” di Novafeltria rappresentato dal Vice Preside Prof. Michele Bruno, ha preso vita un percorso formativo rivolto agli studenti di una classe IV^ grazie alla collaborazione tra l’APS parolefatteamano di Meldola (FC) nella persona del Presidente e formatore Ermes Fuzzi, e l’ ODV Il Borgo della Pace di Novafeltria (RN) rappresentata dalla Presidente Maria Letizia Valli e da Lidia Gualtiero ex insegnante e formatrice socia fondatrice dell’ODV.

Finalità del progetto è stata quella di fornire agli studenti le conoscenze e le competenze basilari della ricerca sociale seguendo l’approccio della metodologia autobiografica per la raccolta di racconti delle donne anziane dell’Alta Val Marecchia nel tentativo di valorizzare il contributo della presenza femminile nel processo di costruzione del tessuto sociale ed economico locale nel dopoguerra. Un lavoro di formazione per far emergere l’aspetto di genere e la consapevolezza dei vissuti non solo in riferimento al passato, ma anche nella prospettiva di una riflessione sul ruolo della donna nel contesto attuale. La raccolta di racconti autobiografici, oltre a contribuire alla costruzione di un giacimento di memoria locale, serve a sviluppare processi di consapevolezza ed identità sollecitando una trasformazione sociale grazie alla riscoperta delle memorie individuali che vanno ad intrecciarsi con la memoria collettiva. Dopo una prima fase di scritture di sé condotte in classe gli studenti hanno avuto la possibilità di sperimentare in prima persona le particolarità che scaturiscono dalla scrittura autobiografica. Successivamente hanno studiato e sperimentato le fasi del colloquio narrativo in ambito laboratoriale per poi condurre il colloquio con una narratrice precedentemente individuata. Maria Letizia Valli insieme al Vice Preside Michele Bruno e ai formatori Lidia Gualtiero ed Ermes Fuzzi hanno dapprima introdotto alle tematiche della ricerca presso l’aula magna dell’Istituto scolastico raccogliendo osservazioni e domande da parte degli studenti. In seguito i formatori hanno hanno accompagnato la classe per 4 incontri della durata di tre ore ciascuno a cadenza settimanale sia nella prima fase di sperimentazione della scrittura autobiografica sia nell’uso degli strumenti operativi per la conduzione in autonomia di un’intervista narrativa. L’ultima parte del progetto sarà dedicata alla rielaborazione dei materiali raccolti nel tentativo di trasformarli in racconti fruibili da chiunque mantenendo l’autenticità e il linguaggio scelto dalle narratrici. Seguirà un momento di restituzione pubblica che si potrebbe concretizzare nei primi mesi del nuovo anno scolastico e che sarà preceduto da un nuovo post sul nostro blog.

Ermes Fuzzi

sabato 18 luglio 2026

Scrivere gomito a gomito anziani e bambini della scuola primaria

Un incontro inaspettato
La possibilità di fare Autobiografia può nascere da occasioni inaspettate: ad esempio da un incontro tra gli anziani di un Centro Ricreativo e gli alunni di una scuola Primaria. La proposta ha preso le mosse in una prospettiva di apertura della scuola al territorio che, negli anni, ha visto il dispiegarsi di molteplici esperienze in comune - anziani e bambini - in cui questi ultimi sono stati presso il Centro Ricreativo per attività sollecitate dai “nonni” e gli anziani sono entrati nella scuola, per imparare dai bambini e svolgere insieme attività che per gli alunni erano consuete e per gli anziani erano una novità. Uno scambio di insegnamenti ed esperienze alla pari, seppure nella differenza di età e di abilità.

La magia del prestito narrativo
Così è stato per la scrittura autobiografica, una pratica consueta per i bambini ma non per gli ospiti del Centro Ricreativo anziani, che si sono buttati a capofitto nella nuova esperienza, seduti, gomito a gomito, con gli alunni che erano andati a trovarli. Come appreso a scuola, infatti, l’invito alla scrittura è stato preceduto da un prestito narrativo - in questo caso un albo illustrato - capace di coinvolgere con l’uso sapiente di immagini e brevi frasi evocative.

Ponti di carta
Preparato il terreno per aiutare la rievocazione dei ricordi, si è manifestata spontanea la collaborazione tra “nonni” e alunni in cui i bambini aiutavano il gesto grafico degli anziani che faticavano a scrivere e gli anziani guidavano i bambini che ancora erano in fase di alfabetizzazione. Un sodalizio che si è ampliato con narrazioni di conoscenza reciproca durante l’attività artistica proposta a completamento della scrittura. Gli elaborati realizzati, biglietti pop up al cui interno sono state riportate le scritture, hanno poi viaggiato tra il Centro Ricreativo e la scuola, creando occasione di lettura e condivisione per gli alunni e i familiari che si avvicinavano incuriositi e aprivano i biglietti, trovandovi narrazioni di tempi lontani o a loro vicini, per comunanza di vissuti.
Astrid Valeck

giovedì 4 giugno 2026

DARE VOCE ALLA TERRA

Si è sperimentata, tra i sentieri che si snodano lungo il fiume Rabbi a Premilcuore, un'innovativa forma di trekking capace di unire la riflessione poetica, il cammino e la scrittura di sé. Ermes Fuzzi e Astrid Valeck, fondatori di parolelefatteamano APS, hanno guidato il gruppo dei partecipanti lungo un percorso di scrittura outdoor.
Alcune tappe hanno segnato un itinerario non solo naturalistico ma anche interiore. Un mondo di percezioni tradotto in parole, in scrittura.  Durante le soste della camminata il silenzio e la contemplazione dei luoghi hanno creato particolari atmosfere. Chi passava lungo i sentieri osservando il gruppo di scrittori assorti sui propri taccuini, si soffermava perplesso ad osservare e dal chiacchiericcio passava ad un silenzio rispettoso, rallentando i propri ritmi, osservando incuriosito.  Al termine la passeggiata geopoetica si è conclusa presso la sala "Ricci" gentilmente concessa dal Sindaco del Comune di Premilcuore. 




















sabato 2 maggio 2026

NEL SEGNO DI UNA STORIA: un viaggio tra arte e scoperta di sé


I laboratori, dedicati ad adolescenti dai 12 ai 17 anni, coniugano tecniche artistiche manuali e scrittura autobiografica, offrendo ad ogni incontro, un linguaggio espressivo differente. Tra i percorsi previsti: la cianotipia, tecnica fotografica antica che sfrutta la luce del sole per imprimere sagome su carta, integrata dalla narrazione autobiografica per conservare frammenti di memoria e natura; la scrittura epistolare illustrata, per riscoprire la lettera scritta a mano; il diario di viaggio, per costruire uno spazio tascabile di memoria fatto di pieghe, parole e immagini; i giochi con trasparenze, per dare forma a parole silenziose attraverso segni e layers visivi; le mostruose anomalie, per dare voce alle proprie emozioni.

Non serve essere artisti, basta la curiosità. Ogni partecipante è libero di seguire il proprio ritmo in un ambiente accogliente e non giudicante.
Le iscrizioni si chiuderanno il 30 maggio 2026.



lunedì 23 marzo 2026

LA BIBLIOTECA PARLANTE: andare altrove, restando qui


Come vanno altrove i bambini che attraversano la lettura? E perché leggono? Domande solo in apparenza semplici, che aprono invece a una riflessione profonda sul senso educativo del leggere.
Leggere è un atto di attraversamento: si passa da un’interiorità a un’altra. Dall’interiorità di chi scrive a quella di chi legge. In questo passaggio avviene un incontro silenzioso ma potentissimo, uno scambio di sguardi che non si vedono eppure si riconoscono. Il lettore si lascia condurre altrove, dentro mondi possibili, emozioni sconosciute, pensieri che non aveva ancora formulato.
La lettura apre all’incognito, nel senso che ogni volta che si legge un libro non c’è nulla di predeterminato. Lo scrittore prende per mano il lettore e lo guida; quando il lettore individua la strada segnata dallo scrittore, insieme compiono un atto creativo. È dunque possibile viaggiare attraverso le pagine di un libro: non con il corpo, ma con l’immaginazione e con l’esperienza interiore. È un atto di libertà che consente al lettore di “andare altrove”. 


In questo senso, il momento del book talk (cioè del presentare e parlare dei libri letti) assume un valore pedagogico rilevante. Che cosa rappresenta per chi parla di un libro e per chi ascolta? È, ancora una volta, un incontro di interiorità. Il bambino che racconta non si limita a riassumere una trama: restituisce ciò che quel libro ha smosso in lui, ciò che ha riconosciuto, scoperto, trasformato. E chi ascolta, a sua volta, si apre a quella narrazione come a un invito.
È così che si può “andare altrove restando qui”: seduti sulla propria sedia, in una classe, mentre si ascolta un compagno parlare di un romanzo, di un albo illustrato, di un silent book o di un fumetto. In quel momento, la lettura diventa esperienza condivisa, ponte tra vissuti, occasione di risonanza. “Restare qui” implica la responsabilità di dare voce a un’altra voce, quella dello scrittore, farsi attraversare dalle parole e scegliere quelle che si vuole condividere.
Quando questa esperienza esce dall’aula e approda nello spazio pubblico della biblioteca, accade qualcosa di ulteriore. I bambini non sono più soltanto lettori tra pari: diventano veri e propri mediatori culturali. “La biblioteca parlante” si apre alla comunità e si trasforma in un luogo di incontro tra scuola e territorio. La parola dei bambini acquisisce un valore nuovo, più esposto e al tempo stesso più consapevole. 
Non si tratta di un passaggio improvvisato: i bambini hanno costruito questo evento in tutte le sue fasi. Hanno ideato e realizzato il volantino per invitare il pubblico, preparato segnalibri da donare ai partecipanti, scelto con cura le modalità di presentazione. Durante l’incontro hanno gestito autonomamente la parola, passandosela l’uno con l’altro, sostenendosi, ascoltandosi, costruendo insieme il ritmo e il senso della narrazione. In questo processo si sono rivelati non solo lettori competenti, ma anche comunicatori efficaci e membri attivi di una comunità culturale.
C’è qualcosa di profondamente significativo nell’osservare i bambini avvicinarsi ai compagni per chiedere in prestito proprio il libro che hanno presentato: attratti dalla trama, dalle righe lette ad alta voce, dalle motivazioni personali che hanno reso quel testo speciale. Si soffermano sulle illustrazioni, sui colori, sulle rime, sugli argomenti vicini al loro vissuto o sul genere narrativo. In questo gesto semplice si manifesta una dinamica autentica di educazione alla lettura: un desiderio che nasce dall’incontro.
L’esperienza de “La biblioteca parlante”, di cui ho già raccontato nel volume Bambini autobiografi. Approcci didattici innovativi per la scuola dell’infanzia e primaria, si conferma così una pratica didattica capace di avvicinare e appassionare gli alunni ai libri, rendendoli protagonisti attivi del processo. Non solo lettori, ma narratori, mediatori, testimoni di un’esperienza. Una comunità che legge e si racconta, costruendo insieme significati, dentro e fuori la scuola.
In questo spazio condiviso, la lettura si trasforma in possibilità: quella di scoprire l’altro, e forse, un poco di più, anche se stessi.
Astrid Valeck

mercoledì 11 marzo 2026

Atlete e sportive si raccontano in "Storie di Donne dello sport forlivese"

Voglio inserire sul blog dell'APS "parolefatteamano" che presiedo qualche riflessione sul progetto "Storie di Donne" della città di Forlì che coordino da tre anni. Questa volta la ricerca ha avuto come focus lo sport al femminile. La serata di giovedì 5 marzo presso il teatro della Fabbrica delle candele a Forlì ha visto una folta partecipazione di pubblico. Il reading teatrale ha suscitato molteplici emozioni grazie alla regia di Giampiero Pizzol e alle attrici di "Compagnia bella" che hanno saputo valorizzare le parole delle atlete narratrici. Sono arrivati i racconti di donne sportive che hanno incontrato nello sport un linguaggio, uno spazio per imparare a trovare la propria voce, per ascoltare il proprio corpo, un luogo di crescita personale e relazionale, una scuola di valori. L'Assessorato e la Commissione per le Pari Opportunità nelle figure  dell'Assessore Andrea Cintorino e della Presidente Cristina Tassinari sono state le referenti istituzionali che mi hanno sollecitato e aiutato nella realizzazione del progetto. Un grazie anche all'Assessore allo Sport Kevin Bravi per avermi permesso di presentare il progetto alla Consulta dello Sport. Ma quel che più di ogni altro aspetto mi preme sottolineare è la disponibilità a raccontarsi da parte di donne che non conoscevo e che hanno scritto pagine di grande intensità che meritano di trovare una collocazione non soltanto teatrale. L'Associazione parolefatteamano intende impegnarsi per la scrittura e la pubblicazione di un testo che rilanci a un pubblico più vasto le preziose narrazioni raccolte e lette pubblicamente nella serata del 5 marzo. La forza trasformatrice delle donne in tanti ambiti della vita sociale trova forma anche grazie all'attività sportiva. Il progetto ha inteso dare spazio ad atlete professioniste e non rendendo espliciti i valori fondanti di ogni disciplina. La metafora dello sport come riferimento etico a cui ispirarsi anche nella quotidianità emerge con grande evidenza e funge da stimolo anche per le nuove generazioni.

Ermes Fuzzi


Assessore Andrea Cintorino

Presidente della Commissione per le Pari Opportunità Cristina Tassinari

Assessore allo Sport Kevin Bravi

Foto del gruppo atlete 

Foto gruppo atlete

Marco Versari e Lara Mengozzi

Lettrici di Compagnia Bella: da sinistra Maria Mengozzi, Laura Berardi, Laura Aguzzoni

Ermes Fuzzi Presidente "parolefatteamano APS"


giovedì 19 febbraio 2026

Storie di Donne dello sport forlivese

La ricerca biografica sul territorio forlivese giunge alla sua 3^ edizione questa volta ponendo l'attenzione sullo sport femminile. Atlete delle più svariate discipline sportive hanno scritto pagine intense sulle proprie esperienze. L'iniziativa, promossa dalla Commissione per le Pari Opportunità del Comune di Forlì, risulta importante non solo per la capacità di esprimere le singole personalità femminili in mondi che sono stati a lungo di esclusivo appannaggio maschile, ma anche per la trasformazione che le donne atlete sono riuscite ad imprimere nello sport in tutte le sue manifestazioni. La ricerca è rivolta non solo alle atlete forlivesi che hanno dato lustro alla città con i titoli conquistati ma anche a quelle donne che possono testimoniare la propria passione per lo sport senza necessariamente competere a livello agonistico. La ricerca biografica prosegue di anno in anno focalizzando l'attenzione su tematiche sempre diverse che permettono una visione a tutto tondo delle capacità trasformative che le donne riescono ad esprimere nei diversi campi della cultura. La trasposizione in un reading teatrale rivolto alla cittadinanza a cura della compagnia teatrale "Compagnia Bella" è parte del progetto curato e coordinato da Ermes Fuzzi Presidente dell'APS parolefatteamano che promuove nei territori fin dal 2012 lo sviluppo e la divulgazione della Cultura Autobiografica  e Biografica.