C'è una domanda che attraversa ogni esperienza autobiografica, anche
quando non ce ne accorgiamo: Che
cosa resterà di quello che abbiamo vissuto?
Non
è una domanda che riguarda solo gli adulti. Anche i bambini, se
messi nelle condizioni di farlo, cercano continuamente modi per
lasciare una traccia di sé. In
un recente laboratorio realizzato al termine delle lezioni scolastiche all'interno del progetto europeo HE ALPHABETICA, un'esperienza nata come risposta
educativa a un atto di vandalismo ha trasformato un muro imbrattato
in un murales collettivo. Osservando il percorso da vicino, ci si
accorge però che il vero cambiamento non è avvenuto sul muro. È avvenuto
nei bambini.
Dare
voce ai vissuti
L'autobiografia
non comincia quando si scrive la propria storia. Comincia molto
prima. Comincia
quando qualcuno ci chiede: "Come vorresti che fosse la
tua scuola?". Da
questa domanda sono nate parole semplici e profondissime: empatia,
gioia, amicizia, pace, altruismo... Parole che non sono state
imposte dagli adulti, ma riconosciute dai bambini come parte della
loro esperienza. Ogni percorso autobiografico nasce così:
dall'ascolto di ciò che già abita la persona.
Le
parole costruiscono identità
Successivamente
altre due parole hanno accompagnato il gruppo: condivisione
e collaborazione. Nell'autobiografia
siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa di individuale.
Eppure ogni storia personale nasce sempre dentro una relazione. Ci
raccontiamo perché qualcuno ascolta. Ci
riconosciamo perché qualcuno ci restituisce un'immagine di noi. Per
questo l'autobiografia è anche un esercizio di comunità. Le parole
che scegliamo per descrivere il nostro mondo finiscono lentamente per
descrivere anche noi stessi.
La
memoria ha bisogno di una forma
Il
murales resterà sulla parete della scuola. Ma accanto a quella
memoria pubblica ne è stata costruita una più silenziosa. Ogni
bambino ha ricevuto un fascicolo personale che raccoglie fotografie,
elaborati, fumetti, appunti e frammenti del percorso. Nell'autobiografia
sappiamo bene che conservare non significa accumulare. Significa
attribuire valore. Quando raccogliamo le tracce di un'esperienza
diciamo, implicitamente: questo è successo davvero, e merita di
essere ricordato.
Dalla
traccia esterna alla traccia interiore
Il
muro racconta una storia collettiva. Il fascicolo custodisce una
storia personale. Le due dimensioni non sono in contraddizione. Si
completano. Ogni
esperienza educativa lascia sempre due tracce: una visibile, che il
territorio può osservare, e una invisibile, che continua a vivere
dentro chi l'ha attraversata. Forse
è proprio questo il contributo più prezioso che l'autobiografia può
offrire alla scuola. Ricordarci che ogni laboratorio, ogni disegno,
ogni passeggiata nel bosco, ogni parola condivisa acquista
significato quando diventa parte della storia di chi l'ha vissuta.
Perché educare non significa soltanto insegnare qualcosa. Significa
aiutare ciascuno a riconoscere la propria storia, a custodirla e, un
giorno, a poterla raccontare.
Il
contesto del progetto
La
riflessione nasce da un percorso realizzato nell'ambito del Programma
PN/FSE+ – Modulo ESO4.6.A4.A-FSEPNEM-2025-656, svoltosi a
partire dall'8 giugno 2026, a conclusione dell'anno scolastico, nella scuola Primaria "R. Follereau" di Forlì. L'attività
è stata scientificamente integrata nel progetto europeo HE
ALPHABETICA (Funded by the European Union, Grant Agreement
n. 101177819), iniziativa internazionale che coinvolge dodici azioni
pilota in otto Paesi europei con l'obiettivo di garantire l'accesso
all'arte e all'educazione artistica a bambini a rischio di povertà o
esclusione sociale attraverso percorsi partecipativi e inclusivi.
Il
laboratorio è stato condotto dall'artista Laura Trallalaura Fuzzi e
dall'insegnante della scuola Astrid Valeck, formatrice in metodologie
autobiografiche, in collaborazione con la prof. Greta Zanoni del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell'Università di Bologna.

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