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giovedì 5 gennaio 2017

IL SOGNO DI UN HIPPIE -Invito alla lettura a cura di Ermes Fuzzi

Invito alla lettura a cura di Ermes Fuzzi

Neil Young, Il sogno di un hippie, Feltrinelli, Milano, 2015

La storia, solo apparentemente priva di canovaccio, è l'autobiografia di un uomo che ha attraversato la storia americana dal dopo guerra ad oggi. Se il filo conduttore del racconto è rappresentato dalla musica ciò non distoglie dalle vicissitudini umane, personali e familiari, che hanno cadenzato le epoche della vita di questo fecondissimo artista. Alcuni nodi si presentano ciclicamente nella vita di Young e riguardano i grandi temi della vita: la malattia, l'amore, la famiglia, l'amicizia, il sogno. Nel sogno la trasparenza e l'unicità del pensiero individuale si fondono con quello di un'epoca e di intere generazioni hippie americane che negli anni '60 vissero le ebbrezze dell'amore libero e degli stati psichedelici indotti dalle droghe. Young è un testimone che parla esplicitamente di quei momenti e di come fosse normale fare uso di sostanze stupefacenti nel mondo della musica e dello spettacolo per cercare ispirazioni artistiche, per abbassare freni inibitori e socializzare la creatività. Tutti i successi e i riconoscimenti di tante parti del mondo non hanno però cancellato certi ricordi di una infanzia mitica passata in Canada insieme alla famiglia. Particolarmente intenso e sviluppato in varie parti del libro è il rapporto col padre, scrittore di professione. “[...] la macchina da scrivere di mio padre era nell'attico al piano di sopra. Lì nessuno poteva salire. Ovviamente io andavo a vedere perché non si poteva. Papà riusciva sempre a smettere di scrivere per parlarmi. Mi chiamava Windy, Ventoso. 'Cosa hai in mente , Windy?'[...] Scrivi tutti i giorni e sarai sorpreso da ciò che verrà fuori[...]”. Frasi indelebili di una figura amatissima che perde la capacità di scrivere e relazionarsi quando insorgono disturbi causati da una grave malattia degenerativa della memoria. “[...]Una volta, anni dopo, quando ebbi bisogno di un suo saggio consiglio, gli raccontai di un mio grosso problema e lui dalla sua sedia continuò a fissare il vuoto. Compresi che non riusciva a rispondermi. C'era e non c'era. Fu allora che la vidi per la prima volta, Demenza, Alzheimer, chiamatela come vi pare. É solo un nome. Era andato. I suoi occhi, i capelli erano diventati grigi, tutto in una volta. Non mi rispose mai[...]”. Scrivere diventa un biglietto per una vita più rilassata e contemporaneamente uno stimolo per cominciare un altro libro (vedi anche Special delux del 2015 edito da Feltrinelli). Un modo per stare giù dal palco soffermarsi sui bilanci della vita perché, dice Young, il passato è un gran bel posto e in un'altra parte afferma che scrivere è molto pratico, si spende poco ed è un gran modo di passare il tempoLa vita e la musica sono indissolubilmente connesse e si sviluppano entrambe sul filo di avventure straordinarie che portano ad importanti riconoscimenti di livello mondiale e a collaborazioni artistiche con i più grandi nomi della musica. Da queste collaborazioni nascono diversi concerti per la raccolta di fondi utili alla realizzazione di scuole con attrezzature specifiche dedicate a bambini disabili. Due dei tre figli di Young nascono con cerebro lesioni e il suo impegno come artista e come padre non conosce mai battute di arresto. Egli stesso ha conosciuto malattie importanti di cui narra e che si presentano fin dall'infanzia: poliomielite, attacchi epilettici, un aneurisma cerebrale. [...]nessuna di queste cose mi ha cambiato più di tanto, anche se è difficile esserne certi. Questi eventi fanno parte della mia vita. Fanno di me ciò che sono. Sono grato per ciò che mi è accaduto. Fanno paura.[...]. Anche sulla religione non manca di esprimersi in varie parti del libro definendosi un pagano che riconosce la presenza di un grande spirito in ogni manifestazione della natura. Basta osservare l'orizzonte, il mare o camminare in una foresta per sentirne la presenza. Young fa parte a pieno titolo di quella che egli stesso definisce controcultura degli hippie, degli artisti e degli indiani. Non mancano momenti di coinvolgimento nelle stagioni della contestazione degli anni '70. Attraverso le parole e la musica si esplicita il legame indissolubile con la generazione hippie di cui fa parte. Contestazioni contro la politica della guerra e contro le violenze della polizia e le uccisioni durante le manifestazioni studentesche. Ma anche, più recentemente, per i disastri ecologici causati dalle multinazionali del petrolio nel Golfo del Messico cercando di diffondere attraverso, i grandi concerti, le verità contro l'insabbiamento dell'informazione sull'inquinamento provocato dalle perforazioni indiscriminate. Un uomo da scoprire attraverso questo libro che riesce a soddisfare le curiosità dei musicofili ma anche di coloro che sono amanti e cultori della scrittura autobiografica. […] Quando la musica è la tua vita, c'è una chiave che ti conduce al cuore di tutto (…) accetto la natura estrema dei miei doni e dei miei fardelli, dei miei talenti e dei messaggi, i miei figli con le loro unicità, mia moglie con la sua bellezza e il suo infinito rinnovamento. Ti Suono troppo cosmico? Non credo, amico mio. Non dubitare della mia sincerità, perché è quella che ci ha condotto qui insieme, adesso.[...]

domenica 24 gennaio 2016

PER PASSARE "IL TESTIMONE"

Invito alla lettura a cura di Astrid Valeck

Astrid Valeck-Ermes Fuzzi, L'eredità di Natalia, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2008
Romanzo per una pedagogia della memoria.
Ha ricevuto numerosi premi letterari

Scrivo queste righe su invito di una carissima amica, Loretta Buda e del libro che ha recensito pochi giorni orsono, perché le vicende della Flem, in parte, rispecchiano il mio sentire per le vicende storiche della mia famiglia. E perché anche io ho avvertito l'esigenza di dare forma a questo sentire attraverso la scrittura.
Alcuni anni fa, esattamente nel 2008, Ermes Fuzzi ed io abbiamo scritto un romanzo.
Una scrittura a quattro mani non è affare da poco, ma è una delle esperienze più entusiasmanti che io ricordi. Sia Ermes che io avevamo un retroterra da conoscere e da narrare, e da lasciare in dono ai nostri figli. Qualcosa che era apparso improvvisamente nelle nostre vite quando eravamo già grandi.
È una grande opportunità, per uno scrittore, poter raccontare -in prima persona-come è nato il romanzo che ha scritto e cosa lo ha guidato e supportato.
Oggi potrei farlo a ritroso, con la ricchezza di quanto è avvenuto in questi otto anni. Però so di avere da conto, in fitti quaderni e lettere, l'evoluzione di questa nascita.
È così che ho trovato una lettera che il 22 settembre 2007 spedii al circolo di scrittura autobiografica a distanza di Anghiari. Il romanzo sarebbe stato pubblicato solo alla fine di quell'anno, uscendo tra i titoli de Il Ponte Vecchio a gennaio 2008.
Una scrittura in corso d'opera, quasi una pagina di diario, per raccontare l'evoluzione di una narrazione che stava prendendo la forma di un romanzo.
È da quella lettera che prendo lo stralcio che qui accludo, per ricordare il passato da cui provengo e che fare memoria, nel giorno della memoria, e in qualsiasi giorno dell'anno, è un atto di testimonianza che aiuta tutti a non dimenticare, soprattutto quando i testimoni storici rimangono in pochi. La mia storia, la storia di Ermes, non è una storia vissuta in prima persona, ma noi siamo i testimoni dei testimoni e il nostro compito è quello di passare il testimone.
L'idea iniziale era quella di fare un film.
Volevo scrivere e realizzare un film (e arriverò, prima o poi, a farlo) e invece ho scritto un romanzo.
Un romanzo al posto di un film.
Come sarà mai che una sceneggiatura abbia così radicalmente cambiato forma, si fa presto a dirlo.
Mi sono persa, volutamente persa tra le pieghe dei personaggi e le evocazioni dei luoghi.
La mia mano voleva andare in una direzione, il mio pensiero interiore in un altra. E ho dovuto prestargli ascolto.
Ho raccontato ciò che i miei occhi interiori percepivano e traducevano in immagini.
Ho passato anni a riempirmi di letture fino a saturare ogni mia percezione, c'è stato spazio per ogni emozione, ogni dettaglio, ogni biografia, anche ogni fandonia. Il malessere e la sofferenza che ho provato erano il sintomo di un lavorio interiore che accostava paradossi e che entrava in conflitto con se stesso, perché il quadro “non tornava”. La cosiddetta quadratura del cerchio non era possibile.
La sensazione era quella di limarsi il cervello, ma le forma non potevano combaciare, restavano distinte e ogni volta che provavano ad avvicinarsi provocavano scintille.
Si dice che essere creativi significa trovare soluzioni nuove a problemi vecchi.
A certi silenzi ostinati, le fonti, la ricerca, gli studi dei differenti autori possono solo fornire un'idea sfocata. Scrivere questo romanzo è la risposta creativa ad un grande vuoto “pieno”. Rappresenta un modo per cambiare punto di osservazione e saper cogliere la ricchezza che si nasconde dietro certi silenzi e dentro spazi che si presume siano vuoti, ma in realtà non lo sono ed è proprio focalizzando l'attenzione su di essi che il quadro si illumina e può essere visto.
A distanza di tempo, mentre leggevo un libro ho trovato questa citazione che sintetizza bene il mio pensiero: “A un certo stadio del processo creativo l'opera, che si tratti di un quadro o di una poesia o di una teoria scientifica, assume una vita propria e trasmette le proprie esigenze al suo creatore. Essa si separa da lui e fa appello al materiale che giace nel suo subcosciente. Il creatore deve quindi sapere quando è il caso di smettere di imprimere una direzione al proprio lavoro e lasciarsi invece guidare da lui. Egli deve in breve sapere quando è probabile, che la sua opera sia più saggia di lui”. (Chiedo scusa, ma non ho tenuto nota dell'autore e del libro).
La mia non è stata una scrittura organizzata sin da subito, anzi è vero il contrario. Le pagine scaturivano dalla penna sulla scia di una spinta interiore che mi pareva sconclusionata. Tante immagini diverse ed emozionalmente intense.
Pagine scaturite, spesso, con estrema fatica, quasi che ciò che avevo da raccontare premesse per uscire, ma nel contempo non potesse farlo. Normalmente, rimossi ostacoli che si rivelavano leggeri come un velo ma all'apparenza pesanti come un muro, le parole correvano fluide e inarrestabili sulla carta.
Ci sono ancora delle pagine che vorrebbero esprimere più di quanto dicono, ma non riesco a colmare quei vuoti. Forse più avanti, o forse resterà così.
Ho fatto un lavoro disumano di ricostruzione e liberazione interiore, e una ricerca storica puntuale.
Abbiamo espresso questo cammino (mio e di Ermes) attraverso una modalità comunicabile anche ad altri -ecco il perché della forma del romanzo- affinché questo frammento di memoria che non appartiene solo a me (a noi) ma presumo alle generazioni a venire, diventi un po' meno memoria individuale e un po' più memoria collettiva.
La “lezione” che ho trovato e che mi è stata lasciata desidererei divulgarla quanto più possibile – da qui l'idea iniziale di scrivere una sceneggiatura per il cinema; le storie raccontate attraverso le immagini sono fruite da un numero elevato di persone, incontrano più persone della parola scritta – ma anche un romanzo, scritto con un linguaggio semplice (quasi narrato sottovoce) , costruito come un poliziesco, con un intreccio sorprendente, magari letto ad alta voce, con descrizioni che aiutano ad evocare immagini e denso di dialoghi dovrebbe, a mio avviso, stuzzicare a pensare, a interrogarsi, a conoscere.”


martedì 5 gennaio 2016

LA NOTTE DELLA BEFANA

In attesa di questa notte speciale due
inviti alla lettura a cura di Loretta Buda

"La notte della befana" in Emma Perodi, Le novelle della nonna
Il pomeriggio è tardo e stanco come si addice ad un generico pomeriggio invernale. Fra poco accenderò la vecchia stufa di terracotta e provvederò che si mantenga calda per tutta la notte. Prima di coricami preparerò il latte in un tegamino e lo metterò sulla stufa, così la Befana potrà ristorarsi bevendo il latte tiepido. Sono certa che la “vecchia” verrà, i miei nipoti la aspettano e hanno già preparto la calza; io non attendo regali, mi concedo, fin da ora, il dono dell’attesa di una notte speciale. Sono felice di riconoscermi, senza imbarazzo, in quella parte bambina che attende il ritorno di una notte antica, una notte di attesa che mi prepara al racconto. Quindi, condivido un consiglio di lettura ripescato anche questo in una memoria antica: in una pubblicazione Salani del 1933.
Ritroviamo nuovamente la Befana in una raccolta di racconti di Anna Rosa Balducci, Nonni e re e anche un tre, Società Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena, 2004

La sera della vigilia dell'Epifania, i bambini del vicinato giunsero a veglia al podere dei Marcucci con la loro calza in mano: alcuni allegri, altri con una faccia lunga come se qualcuno li avesse ben bene rimproverati. erano lì per sentire raccontare la storia dalla nonna "di casa". La storia de:
La Calza della Befana.(...)Allorchè la nonna se li vide tutti dintorno incominciò. Dovete sapere che al tempo dei tempi abitava sopra una vetta chiamata Monte Fattucchio, una vecchia lunga lunga, con certe braccia che parevano pertiche e una testa di capelli bianchi tutti arruffati. Nessuno aveva mai conosciuto da giovane codesta donna, eppure in paese vi erano de' vecchi di novanta e anche di cent'anni, che si rammentavano di tutto quel che era accaduto da un mezzo secolo in poi; ma la Befana l'avevan sempre vista vecchia, sempre vestita allo stesso modo, sempre a lavorare una calza rossa, che non finiva mai. Come campasse nessun lo sapeva, e neppure di che famiglia ella fosse. Non aveva parenti, e in casa non teneva altro che un gattone nero e una gallina spennacchiata. Tutti i giorni dell'anno, col solleone o con la neve, partiva di casa all'alba e andava nel bosco a far legna; la sera tornava col fastello delle legna in testa e con la calza in mano. Se le donne di Monte Fattucchio le domandavano: Dite, Befana, che ne fate di code ste legna che vi caricate sulle spalle tutti i giorni, indistintamente ?Lei rispondeva :-Ne faccio tizzi e cenere( ...)