venerdì 21 gennaio 2022

Educare alla memoria non solo il 27 gennaio. Testimoni secondari e scrittura

Ogni anno il 27 gennaio ci riconduce alla grande ferita che tormenta la nostra memoria collettiva; una memoria che pesa e ci accompagna. Tante sono le iniziative e i percorsi didattici proposti agli alunni e ai cittadini, ma quest'oggi vorrei soffermarmi sulla scelta del Comune di Forlì di intitolare -diversi anni fa- uno dei suoi Istituti Comprensivi1 ad una giovanissima donna uccisa ad Auschwitz: Camelia Matatia. Se ci pensiamo bene è una scelta importante, significa dare profondo valore alla capacità di orientare gli alunni a fare memoria. Negli anni, all'interno dell'Istituto Comprensivo, si è creata una stretta sinergia con Roberto Matatia, nipote di Camelia; è lui ad aver raccolto il testimone e, oltre ad aver scritto due volumi2 dedicati alla storia della sua famiglia, è presenza infaticabile all'interno delle scuole e non solo. Quella della testimonianza è una tessitura che chiede tanta resistenza e resilienza. Nel caso di Roberto Matatia lo è ancor di più perché lui non è un testimone diretto, non ha vissuto in prima persona la deportazione ma, forse, proprio per questo, ha sentito in modo molto forte l'imperativo morale di dare voce a chi non c'è più e nulla avrebbe potuto narrare di sé.
È interessante comprendere come Roberto Matatia sia divenuto testimone a sua volta, lui che degli aventi occorsi a parte della sua famiglia nulla aveva saputo per larga parte della sua vita. Ricorda la Lowenthal3 che anche il silenzio ha una sua memoria, fatta di gesti e di azioni trasmesse attraverso l'educazione. Il silenzio è una ferita che resta aperta, che non trova il modo di essere sanata. Nella trama della vita e della memoria individuale e collettiva è come se vi fosse una lacerazione e i lembi del tessuto non possono essere riuniti e ricuciti, manca proprio un pezzetto di tessuto. L'ordito va intrecciato nuovamente e questo è possibile attraverso le storie. La memoria vissuta diviene così memoria condivisibile.
A volte, la memoria intesa come “appartenenza” arriva come uno schiaffone, improvvisa, inaspettata. È come se ti scegliesse e dicesse che tocca a te. Sollecita corde profonde che non attendevano altro che di poter vibrare. Così si raccoglie il testimone e si prosegue in questa infaticabile azione di rievocazione per aiutare a costruire, in chi è nato dopo, quanto è da conoscere, per poter riflettere e interrogarsi, e individuare pericolose trame nel proprio presente prestando attenzione, affinché non si commettano gli stessi errori.
Per Roberto Matatia tutto è divenuto definitivamente chiaro attraverso delle lettere scritte da Camelia ed arrivate a lui per una via altrettanto singolare. Emerge prepotente il valore della scrittura, capace di travalicare il tempo e rendere presente ciò che non c'è più e chi non c'è più. Scrivere non è solo lasciare traccia, affermare che si è esistiti e si è stati, ma è anche custodire quelle tracce e dare loro nuova linfa. Raccogliere il testimone, allora, è sì testimoniare con le parole in eventi o incontri pubblici, ma è anche scrivere. Dare forma alla Storia attraverso la narrazione di storie comuni, facendo in modo che queste storie possano incontrare altre sensibilità (i lettori) e creare occasioni di riflessioni.
Alcuni anni fa l'associazione Paesaggi Educativi fece una ricerca4 tutt'ora attuale. Un invito a tutti, adulti e bambini, a prestare attenzione a quanto accade intorno a noi nel presente, ma anche a proiettarsi nel futuro, a formarsi per divenire custodi e testimoni a propria volta. Vorrei aggiungere un invito in più. L'attenzione e la cura per la memoria non si esauriscono in una giornata di commemorazione. Educare ed educarsi alla pace, al vivere insieme richiede tempo e impegno quotidiano, passa attraverso le azioni e i gesti di ogni giorno, anche i più piccoli.

Astrid Valeck


1 Istituto Comprensivo n°8 Camelia Matatia di Forlì

2 I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, 2014 e Passerà, 2021

3 Lo strappo nell'anima, 2002

4 A cura di R. Taiola, Scuola: ripartire da Auschwitz, 2010

venerdì 7 gennaio 2022

13 gennaio 2022 ancora una presentazione del libro "Memorie di vita e di migrazione al femminile" di Astrid Valeck


Proteo Fare Sapere e la FLC CGIL di Forlì Cesena, vi invitano alla presentazione in streaming del libro “MEMORIE DI VITA E DI MIGRAZIONE FEMMINILE” di Astrid Valeck giovedì 13 gennaio 2022 alle ore 17, sulla pagina https://www.facebook.com/flc.forlicesena

Il volume è frutto delle ricerche biografiche condotte da Astrid Valeck per l'APS parolefattemano. L'associazione, già molto conosciuta localmente, è punto di riferimento per la promozione della cultura autobiografica e delle biografie territoriali. "Memorie di vita e di migrazione al femminile" è un libro dedicato alle donne, alla città di Meldola e alla migrazione al femminile. Una delle cifre di questo testo è nella pluralità che narra, capace di fare dismettere etichette e stereotipi spesso attribuiti alle donne migranti, effetto ottenuto anche mediante la scelta originale di tenere insieme storie di emigrazione e di immigrazione da e verso l’Italia. Le storie che compongono il libro mostrano infatti delle donne che, pur dovendo affrontare difficoltà e fragilità prima e dopo la migrazione, non vestono mai i panni della vittima. Al contrario mostrano una forte resistenza e una notevole capacita di reinventarsi.


Chi fosse interessato a seguire l'evento in presenza presso la sala Luciano Lama della Camera del Lavoro di Forlì, per la prenotazione deve inviare una mail a forlicesena@flcgil.it in quanto è stata prevista una capienza massima di venti persone.



mercoledì 5 gennaio 2022

 

EPIFANIA 2022





Concediamoci  il dono dell’attesa di questa magica notte ,  felici di riconoscerci   , senza imbarazzo, in quella parte bambina che attende di crescere.

venerdì 31 dicembre 2021

Attesa e commiato

 

Per l'anno che verrà desidero. 

Per quello trascorso ringrazio:

•chi continua a sostenere questa avventura di esplorazione sulle storie di umanità

•chi esprime vicinanza e fratellanza ( o sorellanza se preferite) continuando a raccontarsi nei nostri laboratori

•chi è resiliente e sa ancora distinguere l'acqua dall'olio.

Se manca un prestito letterario è solo per un tentativo di esprimere con parole mie l'augurio che vi mando con autentico entusiasmo per la vita che abbiamo avuto in prestito e per quella che condivideremo in questo nuovo anno che occhieggia dalla porta del futuro immediato.

                                                                                                                         Ermes 

mercoledì 22 dicembre 2021

NATALE 2021

 

Qualunque

sia la nostra domanda,

qualunque sia il sogno del nostro cuore….

 auguriamoci che il tempo a venire 

 sia il tempo, per tutti noi, della 

riflessione, della pienezza e

 della “com-passione” .

Un tempo in cui far veri i sogni

e trasformare in sogni il Vero.




"Nasce tra i clandestini,
il suo primo grido è coperto dai motori,
gli staccano il cordone con i denti,
lo affidano alle onde.
I marinai li chiamano Gesù
questi cuccioli nati
sotto Erode e Pilato messi insieme.
Niente di queste vite è una parabola.
Nessun martello di falegname
batterà le ore dell'infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Nasce tra i clandestini l'ultimo Gesù,
passa da un'acqua all'altra senza terraferma.
Perché ha già tutto vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o mettere
una spina di più ai rovi delle tempie.
Sta con quelli che esistono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un'ora."

(L'ultimo viaggio di Sindbad, Erri De Luca)



lunedì 13 dicembre 2021

Consiglio di lettura

 


100  LUNEDI' ALL'ULTIMO BANCO                       

                              di  Alessandro D’Avenia  

 

Da cento settimane, ogni lunedì, ci sediamo insieme all’Ultimo banco. Ne è valsa la pena? Per me sì, altrimenti mi sarei perso molte più volte di quanto mi capiti abitualmente. Il dilagare comunicativo, di cui la rete e i social sono il capolavoro, mostra un bisogno primario, iniziato con il primo vagito della nostra fragile vita che si ribella alla solitudine e alla paura: «guardami, ascoltami, tienimi presente», cioè «rendimi presente». Prima un messaggio serviva a darsi appuntamento per un incontro, adesso il messaggio è l’incontro stesso: «messaggiamo» per dire «non dimenticarmi», fosse anche solo nella speranza di veder apparire le fatidiche «spunte blu». Comunico per spezzare la solitudine, ma scrivo per il motivo contrario: difenderla e amarla.

Non scrivo, libri e articoli, per non essere dimenticato ma per non dimenticare. Comunico per esistere, scrivo per far esistere. Mando messaggi, scritti o vocali, per esorcizzare la mia morte, invece scrivo per ricordarmi della vita, per scoprire e amare l’esistenza: scrivere è per me ri-esistenza, esistenza rinnovata. Così per 100 lunedì non avete letto ciò che io so, ma ciò che io ho cercato di scoprire e di non perdere per ri-esistere.

Perché? Perché scrivere per me è smettere di aver paura di vivere, mettendo al mondo il mondo, dopo averlo «gestato» nel cuore e nella testa. Per farlo devo però rinunciare al mondo-specchio delle mie brame o al mondo-orecchio del mio lamento, e cercare: il senso del mio esser qui, la bellezza dell’esistenza nonostante il dolore, la speranza nonostante l’esperienza della vita.

Comunico per difendermi dal tempo, alzando barricate: le linee temporali (time-line) di immagini, informazioni, frasi che «scorro» sui social, sono muri alzati proprio contro lo «scorrere» del tempo. La scrittura invece mi aiuta a non creare schermi contro la vita: non riempio l’ignoto di parole, ma le devo tirare fuori proprio da lì. Quando comunico ho sempre le parole, quando scrivo no. Quando comunico le uso per dire «io esisto», quando scrivo le cerco per dirmi «non aver paura di esistere». Quando scrivo strappo terreno alla mia confusione, alle menzogne che mi racconto e alla mia difficoltà di dar forma ai sentimenti, soprattutto il dolore. Quando scrivo, ascolto: per questo amo la solitudine (non l’isolamento) e il silenzio (non il mutismo), e li cerco mentre, nel teatro provvisorio del mondo, provo a recitare come posso la mia parte — di re o mendicante non conta, perché Ulisse mi ha insegnato che mendicante e re sono la stessa persona. La mia solitudine è come quella del seme nella terra, ho dentro l’inquietudine e il fermento della vita ma ho paura di spezzarmi, di non diventare quello che potrei essere.

Quando comunico uso parole ricercate, quando scrivo imparo a fatica a sillabare i suoni primari dell’esistenza: «ti amo» e «morirò». Quando comunico aspetto conferme, quando scrivo non le cerco se non dall’opera. E quando, dopo tanto lavoro, arriva la critica, anche feroce, mi basta ricordare la lettera di una ragazza che non si è suicidata, di un padre che è tornato a casa, di un ragazzo che ha ritrovato speranza... perché hanno letto qualcosa che avevo scritto. Perché il pubblico non è un’ipotesi di mercato, ma chi, infreddolito e ferito come me, si siede allo stesso fuoco per riposarsi e, nel buio in cui è immersa l’esistenza, si rigira nel cuore e nella testa quella domanda che, per paura e per dolore, non riesce a porre neanche a se stesso. Scrivo perché ho la stessa paura e lo stesso dolore di chi si ferma a scaldarsi, e la scrittura mi dà il coraggio di non rinunciare alla domanda che tengo viva, per me e per te, come si fa con il fuoco. La vita poi risponderà, come fa sempre quando le domande arrivano alla semplicità coraggiosa delle dichiarazioni d’amore o di resa. Non scrivo per se-durre con parole che fanno godere sul momento ma lasciano infecondi, ma per con-durre a sé con parole che fanno gioire a ogni rilettura e rendono la vita più capace di vita.

Quando scrivo difendo la mia assetata solitudine perché, giunto allo sprofondo del cuore, trovo tutti: eravamo già tutti lì ma senza parole per toccarci. Così il silenzio diventa con-tatto e gli individui com-pagni (compagno, da con e pane, è chi con-divide il pane). La mia felicità è la stessa di Gemma, straordinaria cuoca langhigiana, a cui ho chiesto come fa a non stancarsi di cucinare le stesse cose da decenni: «Faccio un lavoro che amo e faccio felici gli altri». Chi cucina, chi scrive... ognuno deve trovare la sua via per conoscersi, (ri-)crearsi e nutrire la vita. Non scrivo perché sono bravo a scrivere, ma perché non sono bravo a vivere. E mi devo salvare.
Ogni lunedì dell’anima e del corpo, anche io cerco una parola che mi salvi e nutra la vita altrui. E vi invito all’ultimo banco, che diventa così una tavola conviviale. Sedetevi. Riposatevi. Poi ripartiamo.


13dicembre 2021 


dal CORRIERE DELLA SERA  
 https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/21_ 

domenica 12 dicembre 2021

Scritture autobiografe di Sergio Giammarchi

Per diversi anni Sergio ha seguito i nostri laboratori di scrittura autobiografica presso La Rete magica di Forlì. Due volte l'anno per la precisione, in primavera e in autunno, continuando a partecipare ben oltre la soglia dei 90 anni. Chi ha partecipato con lui ai laboratori sa quanto i suoi racconti ci abbiano arricchiti tutti. Per lui sono stati l'occasione per raccontarsi anche oltre la sua forte e formativa esperienza di Resistenza, per viaggiare sul sottile filo della memoria e della nostalgia e ritrovare volti, voci, emozioni, profumi che la sua lunghissima vita aveva serbato per lui e per noi. La pagina che abbiamo scelto è dedicata ai sapori della sua infanzia grazie ai quali ricorda suo padre e sua madre. Vuole essere solo un invito; prossimamente ci sarà occasione di conoscerlo ancora più da vicino con un evento a lui dedicato.

Astrid Valeck   Ermes Fuzzi   e tutti gli amici di parolefatteamano e dei laboratori di scrittura autobiografica

                                       SAPORI D'INFANZIA